mercoledì 20 novembre 2013
Poco fa mi è capitato di sentire parlare mio padre al telefono con un suo amico di vecchia data, mentre inveiva contro il cellulare ormai datato che gli ha fatto cadere la linea almeno un paio di volte, senza rendersi conto che in realtà stava schiacciando con la guancia il tasto rosso.
Fino a qui, niente di strano, normale amministrazione.
E l’ha detta seriamente.
Mai avrei immaginato che qualcuno, non appartenente al mondo delle soap-opera o dei serial sudamericani, potesse utilizzarla. E invece patapem! Il padre.
Il vocabolario, le terminologie, i modi di dire. Universi paralleli e incomprensibili.
“non te l’annaffio” = questa cosa te la dico in maniera concisa, senza troppi giri di parole
“siete due ciliegie” = siete due persone inseparabili
“ora ti ungo i denti” = ora ti faccio mangiare a forza. Altre volte la usa anche per costringere qualcuno a confidarsi
“bragiulina” = la braciola di maiale.
“iogusse” = lo yogurt. Che, per una donna con la terza elementare, era già troppo.
“amburga” = no, non c’è alcun retaggio tedesco. È semplicemente l’hamburger.
“cidrone” = il cetriolo. Gioiosamente coltivato nell’orto dietro casa.
“midolla” = la mollica del pane. Storpiata in maniera da sembrare un composto chimico.
Dove, insomma, ognuno parla a se stesso, perché il prossimo non riesce a capirlo.
È un po’ come dover imparare diverse lingue.
Morte.
Tante care cose a tutti, amici.
giovedì 14 novembre 2013
Lavorare per dieci giorni nel reparto abbigliamento del centro commerciale della propria ridente cittadina corrisponde, possiamo dire, ad assicurarsi un posto fisso in paradiso.
Visualizzate una ragazza che, da circa sei anni, non porta più i pantaloni - in special modo i jeans - per un vezzo e soprattutto per evitare il trauma di conoscere la propria taglia.
Visualizzate una ragazza che non porta più i pantaloni e che, per un ironico caso del destino, deve ordinare tute e piumini, scarpe sportive, maglioni e calzoni delle più svariate forme per offrirli alla mercé dei soci Coop. Una mosca bianca, un ago in un pagliaio, una sirena tra gli squali, una disagiata nel mondo del lavoro.
Visualizzate una ragazza che non porta più i pantaloni che deve occuparsi dell’abbigliamento sportivo per i soci Coop armata solo di buona volontà, un vestitino da venerdì sera e tanta, tanta inconsapevolezza.
O l’istinto di sopravvivenza, per essere precisi.
In entrambi i casi, i vestiti sembravano avessero scelto la strada dell’anarchia.
I jeans tentavano sempre di allontanarsi: così tanto che sono stati ritrovati anche vicino al reparto pasticceria.
Le maglie credo odiassero essere maglie, e più volte hanno tentato di diventare t-shirt arrotolandosi le maniche.
I piumini, nel caldo del reparto, svenivano a terra scomposti e mischiati.
Le scarpe, costrette a matrimoni combinati fin dalla nascita, preferivano scoppiarsi e unirsi dentro scatole di altre scarpe.
In poche parole: nammerda di delirio, un girone infernale, roba che in confronto camera mia è ordinata.
“Senti ma ce l’avete le magline della Liabella?”
“Questo giubbotto è abbastanza pesante? Lasciami il tuo numero, che se mi ci farà freddo ti chiamerò per lamentarmi”
“Non si abbassi troppo, le si intravedono le mutande”
Provate a indovinare quali siano stati miei clienti.
Però, in compenso, ho ricominciato a portare i jeans.
mercoledì 30 ottobre 2013
Io non lo so se sia un problema nato dopo capolavori come La finestra sul cortile (sì Hitchcock, parlo proprio con te, uomo che fai film della madonna e sforni una delle mie pellicole preferite - Vertigo, che domande - per poi lasciare sguarnito il cinema di registi degni), ma ecco, le dinamiche tra vicini di casa sono parecchio inquietanti.
Voglio tralasciare il padre cinquantenne che mi spia dal balcone quando lascio la finestra aperta: ho rimosso la sua faccia per evitare di avere incubi.
Ed è così da sempre, da quando ho memoria.
Dicevo. Ero in questo locale a fare beatamente del sano gossip serale sterile e cinico e TAC, mi si materializza accanto la mia vicina di casa. Tutta in tiro e col compagno a traino, seduta composta sullo sgabello accanto al mio.
C’è stata un’occhiata. Rapida e di traverso, per non esporci troppo da essere costrette a salutarci. Io la riconosco, lei riconosce me.
D’un tratto mi tornano in mente tutti i ventotto anni trascorsi a pochi metri di distanza. Le urla che sento tra lei e sua madre, con un livello di due-tre volte al giorno. Talvolta anche con qualche piatto tirato per alzare la media della drammaticità. I discorsi uditi inavvertitamente, i momenti d’intimità da bagno - non sto a scendere nei dettagli - e da camera da letto. Credo che i primi ansimi sessuali non li abbia ascoltati in un film porno, no, provenivano dalla stanza della mia vicina. Robe turche.
Poi, fuori, il nulla.
Io spio te, te spii me.
Ma quando siamo fuori, ecco, non ci si conosce.
Ho bevuto in fretta il mio white russian e sono uscita. Occhi bassi, disagio alto.
Rauss.
domenica 27 ottobre 2013
È domenica, è scattata l’ora solare, il tempo è più grigio della ghisa e sono in modalità “non riuscirete mai a scrostarmi dal letto” dopo l’ennesimo weekend tra amici. Vodka. Discorsi seri. Gente importante.
Questa breve parentesi trash per farvi comprendere la mia situazione quando penso alla sfilata di moda cui sono costretta a partecipare ogni stracazzo di weekend che scelgo di trascorrere per le ridenti viuzze del centro storico.
Ma se c’è una cosa in cui eccelle, no, non è l’oro o l’organizzazione di festival (Arezzo Wave, pardon Italia Wave non esiste più, quindi fatevene una ragione). No. Eccelle nello sfornare sbarbini e sbarbine vestiti di tutto punto come se dovessero recarsi al matrimonio di William e Kate.
CHITTESENCULA.
Stai seduta sugli scalini della piazza e assumi una posizione innaturale solo per mostrare le scarpe dal tacco argenteo e le lunghe gambe abbronzate dalle lampade? Chittesencula.
Parli che sembri una papera per mettere in evidenza le labbra, muovendo muscoli facciali che il 99% della gente comune non sa neppure di avere? Chittesencula.
Ti ritrovi con i tuoi amichetti dal pantalone stretto a rischio sterilità per osservare quante persone possano notarti? Chittesencula.
Esci con il buio e, nonostante questo, indossi gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.)? Chittesencula.
Vivere in una città dove le persone più giovani sembrano uscite da Vogue ha del difficoltoso.
Soprattutto se io i tacchi li ho, ma sono tutti bene in ordine vicino alle scarpe della mia infanzia, immersi in litri di formalina. Se io le borse le compro al mercato e a farmi i capelli ci vado se va bene una volta all’anno.
Per dire, io i soldi che ho li spendo in lingerie di pizzo.
Sopra una stracciona, ma sotto eleganza.
Sempre che non si parli di pigiami.
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About Me
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.
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