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La mia foto
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.

Disclaimer

  • Le foto su questo blog sono state recuperate da Pinterest e dal web. Nel caso conosceste i nomi dei fotografi, ditemelo. Sarà cosa gradita. Chiaramente i testi sono miei. Chi oserà rubarli / plagiarli / copiarli avrà l'immediata caduta delle dita delle mani, dei piedi, dei capelli e anche un po' di malocchio. Giusto per avvertire.

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mercoledì 18 dicembre 2013




Ci sono dei periodi specifici dell'anno in cui temi di dover salutare la gente.
Ma non per maleducazione o per colpa di un'improvvisa misantropia, no, qui il motivo è ben più semplice: si teme forse più della peste la fatidica domanda “cosa fai a capodanno?”

Quesito che subito mi riporta alla gioventù quando i parenti, durante certi interminabili pranzi domenicali, esordivano con la famosa triade del male: 
comevalascuola/dovevaiinvacanza/trovatoilfidanzato.
La reazione spontanea sarebbe stata quella di alzarsi, rovesciare loro addosso la tavola imbandita partendo dalla zuppiera con i tortellini e, serenamente, rimettersi a sedere. Ma, non potendolo fare a causa di un'inutile convenzione sociale, ero costretta a stiracchiare un sorriso e abbozzare una risposta vaga e dispersiva. Una supercazzola, insomma.

Adesso però, che quelle domande sono state abbandonate per la noia di sentirsi rispondere monosillabi, le persone non fanno altro che aspettare dicembre per chiederti cosa farai il 31.
Ora, voglio dire. A nessuno interessa mai cosa faccio la sera; perché mi chiedo, perché d'improvviso l'intera umanità pare vogliosa di scoprire dove andrò l'ultimo dell'anno?

Le risposte che puoi fornire, poi, sono sempre le stesse, da almeno 15 anni.

“Mah, guarda, il 31 è una serata come tante altre, preferisco non fare niente e andare a letto presto”
(Ovviamente sarà colui che, alle 8 del mattino del 1, verrà ritrovato nudo svenuto nel proprio vomito in qualche angolo di strada)

“Ho organizzato una festa in questo locale, sarà bellissimo, ci sono anche i nostri vecchi compagni delle elementari e pensa, a mezzanotte scatterà il trenino! Vieni? L'ingresso costerà solo 80€ senza drink”
(Inutile dirlo, il locale in questione chiuderà alle 23 per assenza di clientela)

“Sono mesi che ho già preparato tutto, vado con il mio fidanzato all'estero proprio per fare il capodanno in una grande capitale europea, non abbiamo nemmeno speso molto, l'importante è prenotare in tempo”
(Salvo la cancellazione il giorno prima del volo, o l'ovvia separazione dalla dolce metà per tradimenti e amenità simili)

“Voglio fare qualcosa di tranquillo, pensavo a una cena a casa e poi dopo mezzanotte andare in qualche locale a fare due salti”
(Chi metterà a disposizione la casa, è chiaro, non riuscirà mai a uscire: a mezzanotte gli ospiti scoppieranno petardi sotto il tavolo, qualcuno vomiterà dal balcone, altri si tireranno le lenticchie e altri ancora bruceranno il pelo del cane con le bacchettine che fanno le scintille)

“Vado in piazza con gli amici, poca spesa molta resa, vuoi mettere?”
(Saranno l'unico gruppo di giovani in mezzo a bambini col viso truccato da farfalla, genitori depressi impegnati ad abbuffarsi di panettone e settantenni concentrati a ballare il liscio)

“Ah, io lavorerò come cameriere, sono soldi facili, pagano molto per poche ore”
(Le ultime parole famose: 50€ al nero per 12 ore ininterrotte di schiavismo sono forse un po' pochini)

“Bah, decido all'ultimo, tanto qualcosa da fare si trova sempre”
(Traduzione: il 31 sera mi ritroverò solo a casa, sotto le coperte a guardare Frizzi in tivù che festeggia con mummie riportate in vita)

Io?
Io non mi preoccupo: a capodanno, con la sfiga che mi pervade, minimo minimo avrò la febbre.



domenica 27 ottobre 2013




È domenica, è scattata l’ora solare, il tempo è più grigio della ghisa e sono in modalità “non riuscirete mai a scrostarmi dal letto” dopo l’ennesimo weekend tra amici. Vodka. Discorsi seri. Gente importante. 

Ho una felpa vecchia di almeno dieci anni e il cappuccio tirato sopra la testa, ancora - o già - il pigiama (sono solo le 18, più o meno), i calzini di lana e il piumone che inizia a somigliare alla cuccia di un cane per tutte le cose che ci faccio: ci mangio, bevo, dormo, scrivo. 
Questa breve parentesi trash per farvi comprendere la mia situazione quando penso alla sfilata di moda cui sono costretta a partecipare ogni stracazzo di weekend che scelgo di trascorrere per le ridenti viuzze del centro storico.

Arezzo è una città media. Media città nella media Italia, in una posizione media tra nord e sud. Medie le possibilità che ti fornisce, medi gli spazi di divertimento e socializzazione.
Ma se c’è una cosa in cui eccelle, no, non è l’oro o l’organizzazione di festival (Arezzo Wave, pardon Italia Wave non esiste più, quindi fatevene una ragione). No. Eccelle nello sfornare sbarbini e sbarbine vestiti di tutto punto come se dovessero recarsi al matrimonio di William e Kate. 

Io, a questa generazione nata negli anni 90, per cui i capelli lunghi e vaporosi e i rossetti rossi e i tacchi 15 e le borse di marca e i vestiti d’alta moda e i pantaloni acqua in casa e il ciuffo alla Pattinson e le giacche dal risvolto alzato sono un dogma, ecco, io vorrei insegnare solo una parola.

CHITTESENCULA.

Esci il venerdì sera per un aperitivo e la tua unica preoccupazione è che non ci sia umidità altrimenti ti si scompiglia la piega? Chittesencula.
Stai seduta sugli scalini della piazza e assumi una posizione innaturale solo per mostrare le scarpe dal tacco argenteo e le lunghe gambe abbronzate dalle lampade? Chittesencula.
Parli che sembri una papera per mettere in evidenza le labbra, muovendo muscoli facciali che il 99% della gente comune non sa neppure di avere? Chittesencula.
Ti ritrovi con i tuoi amichetti dal pantalone stretto a rischio sterilità per osservare quante persone possano notarti? Chittesencula.
Esci con il buio e, nonostante questo, indossi gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.)? Chittesencula.

Ecco, avete capito.
Vivere in una città dove le persone più giovani sembrano uscite da Vogue ha del difficoltoso. 
Soprattutto se io i tacchi li ho, ma sono tutti bene in ordine vicino alle scarpe della mia infanzia, immersi in litri di formalina. Se io le borse le compro al mercato e a farmi i capelli ci vado se va bene una volta all’anno. 

Bisogna curare quello che c’è sotto, vorrei dire a questi giovani.

Per dire, io i soldi che ho li spendo in lingerie di pizzo. 
Sopra una stracciona, ma sotto eleganza.


Sempre che non si parli di pigiami.




lunedì 14 ottobre 2013

Sono mesi che parlo di figli e sono mesi che non aggiorno il blog. 
No, non c’è da preoccuparsi, i due aspetti non sono minimamente collegati.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls. 

Col cazzo.

Mi divido tra storie d’amore andate a male e curricula Europass da inviare con una serialità degna di un assassino. Tra risate e amici nuovi, cambi di armadio e cambi di pettinature, analisi del sangue e analisi della propria vita. 

È ottobre e questa è la stagione perfetta per fare i conti con se stessi. Per me il vero anno inizia adesso, in autunno, di ritorno dalle vacanze e con il cuore e gli occhi ancora proiettati verso la coda dell’estate. Quando non c’è altro da fare che un sospirone, riporre i costumi e tirar fuori i vestiti pesanti per ricominciare ad allenarsi. A correre per non sentire il freddo di una cattiva stagione sempre troppo uguale a se stessa. 

E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)


Capisci anche che ci sono tante passioni che potrai far finta di ignorare e abbandonare per anni, ma torneranno sempre. Che sarà inutile dare la colpa alle scuole frequentate, alla città priva di stimoli, alla rovina dell’editoria, agli alieni, all’invasione di cavallette. Perché sai benissimo che il senso di fallimento per non scrivere più è tuo, e tuo soltanto. Non ci sono scuse che tengano. 
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.

Insomma, ottobre è a metà e il mio anno personale è appena iniziato. 
Niente figli, no. Prima c’è da capire come curare me stessa. Mi pare di avere appena imparato a camminare, e di strada ce n’è da farne parecchia. Fatemi trovare un po’ d’acqua, ogni tanto.


Oddio, anche un cocktailino non sarebbe male. Va bene smetto, d’altronde è solo lunedì.




giovedì 17 gennaio 2013




Rigore e pazienza, pazienza e rigore. Certo.
Come avete potuto tranquillamente notare, sono due delle peculiarità che proprio non mi appartengono. Ma nemmeno lontanamente. Sarà che non aggiorno il blog da due mesi, sarà che nel frattempo ne ho viste tante, ascoltate tantissime, fatte meno. Ma qualcosina sì.
In ordine.


  • sono andata a Torino. Film Festival, vecchi amici, vecchi colleghi, vecchie speme e solita, goffa e informe realtà. 
  • ritrovato la sigaretta elettronica. Non era persa. Era nascosta sotto il sedile del passeggero. Auto che, in un momento di follia igienica, ho scelto di pulire. Dopo mesi sei/otto d’incuria. Ho così riesumato la sigaretta elettronica, quattro forcine, una mini sd, due accendini non funzionanti, un pacchetto di chewing-gum, un evidenziatore secco e così tanto tabacco da poterlo rivendere alla philip morris. Quello che è importante da sottolineare è che la sigaretta elettronica è ormai inutile, avendo ripreso a fumare come una ciminiera in attività. 
  • continuato ad andare in piscina. Superata la frase “donna inchiavabile”, ho cambiato corso e adesso nuoto in una piscina nascosta, senza spettatori, senza nessun altro se non l’insegnante e altre 6 papere a bagno. Non ho smesso di bere, mangio forse più schifezze di prima: ma almeno il culo non lievita. Mi pare.
  • capito il mio limite. Insomma, c'è chi non può concepire le scarpe senza la borsa abbinata, chi i maccheroni senza il formaggio (ok, è evidente che abbia fame, all'una di notte, ma sempre fame), chi un sano sfogo sessuale senza la successiva sigaretta, eccetera. Io, niente di tutto questo. Ok, si può imparare, siamo tutti d'accordo. Ma, quello che davvero in anni di travaglio e giramenti vorticanti di palle non sono mai riuscita a fare, è stato accettare la frase "me ne farò una ragione". Un amico, in questi due mesi lunghissimi, raccontandomi le sue divertenti avventure sentimentali ha detto la frase - e con un candore da non credere - "beh, se non lo lascerà, che problemi ci sono? Me ne farò una ragione". Ecco, io sono rimasta di stucco. Giuro, di stucco. Perché c'è gente - gente sana di mente, senza turbe psicologiche gravi o particolari disfunzioni sentimentali - che riesce ad accettare la fine dei legami d'amore senza trascinarli per giorni, mesi, anni, o direttamente per sempre. C'è una ricetta, un procedimento da seguire, un santo a cui appellarsi? No, nel senso, se ci fosse fatemelo sapere.
  • imparato a volermi più bene. Ahah scusate, non ho resistito, nelle lunghe liste una puttanata ci sta sempre benissimo. Non me ne vogliate.
  • due mie care amiche hanno partorito. Quando qualcosa che prima non c’era, ma che ti è cresciuta dentro per nove mesi - e più - e che adesso ti sta tra le mani, e che ha un peso specifico, che occupa uno spazio nel mondo e per il mondo, che ha un viso da toccare, un corpo da coprire, una purezza da proteggere, ecco, lì cambia tutto. Immagino che il mondo ti muti di prospettiva, che gli auguri e le speranze che hai sempre rivolto a te stesso ora siano totalmente inutili, secchi, vuoti come un guscio. E immagino che tu possa solo fare una cosa: muoverti. Perché il tempo non aspetta, l’imparare a essere un buon genitore non è scritto da nessuna parte, se non sulla pelle e negli occhi di tuo figlio. E allora preghi per fare le scelte giuste, per saper amalgamare la pazienza e la severità. Per dare a lui quello che ti sei negata, per trasmettergli l’amore per il rispetto e l’umiltà. Per insegnargli a capire che, prima di un genitore, sei un essere umano, che può sbagliare, piangere, sentirsi difettato. Ma il cui amore non sarà mai insufficiente. Per donargli la capacità di ridere, di volersi bene, di ascoltare. Se stesso prima degli altri. Ecco, le mie amiche mi hanno insegnato questo. Nel silenzio dei loro gesti. 


Il perdono, per due mesi di assenza, credo di meritarmelo. 




venerdì 29 giugno 2012





Nel mentre che la mia pancia sta totalmente spellandosi e io tento di sopperire spalmandovi crema inutile (alle soglie dei trent’anni non è male non saper ancora prendere il sole, sembro un serpente viscido e scivoloso), riflettevo sui primi baci.

È ormai evidente che questo mio blog sia più per gli adolescenti che per i giovani uomini e le giovani donne attanagliati da crisi e peli superflui.
Ma tornate qui, non cancellatelo dai preferiti, continuate invece a diffonderlo nell’aere come una simpatica distrazione.

Perché i baci a cui faccio riferimento non sono quelli di quando avevamo 13, 14 anni. Ed eravamo a scoprire i primi sapori, a riconoscere le salive altrui come qualcosa di estraneo. Al mare, di notte, con la sabbia che entrava tra i capelli e i granelli a mischiarsi con la lingua.
Non quelli. Ma quelli di oggi.

Se ci pensate, è ben peggio.
Allora c’era la voglia di sperimentare, la curiosità di capire.
Oggi c’è ansia da prestazione e indecisione su come potrà andare dopo.

Una cara persona ha detto, una volta, che “non è mai il momento giusto per un primo bacio”.
Io credo che il problema sia tutto quello che ne consegue.

“Se ci baciamo adesso finiamo a letto, è inevitabile, no non è il caso, ho le mutande di Hello Kitty”
“Ho l’alito che sa di birra e sigarette, non ho neppure un chewing-gum, se lo bacio lo faccio svenire”
“E se poi bacia male? E se sbava?”
“Dove? Mi appoggio al muro? Guardo un punto a caso davanti a me? Lo fisso fino al momento in cui prende coraggio? Vado io?”

Non c’è mica da sottovalutare l’attimo prima del primo bacio. O del suo tentativo. 
L’ansia taglia le gambe, gli ormoni volano bassi (l’altezza è quella inguinale). Non si riesce a guardarsi negli occhi, ancor meno a non far sudare le mani. 
Si torna all’adolescenza, non c’è dubbio. Mancherebbero solo gli apparecchi per i denti. 
Però dopo, mentre finalmente ci si bacia, viene da ridere. Come se ci si fosse del tutto scoperti: si possono confessare le cose peggiori, i pensieri più assurdi, tanto ormai il grosso è stato fatto. Niente c’è di più intimo d’un bacio.

Poi c’è un momento di pausa. Una bolla di sapone che si rompe. La realtà che torna a insinuarsi, il saturo delle emozioni svanisce. E rimane solo la preoccupazione lieve per quello che sarà dopo, per quello che potrà nascere oppure no. L’attesa dell’indeterminato.

E poi. E poi ci sono le storie intrecciate, quelle dove non c’è niente di chiaro, quelle che partono per caso e continuano ancora più per caso. Magari nel mentre incontri altre persone, ne recuperi altre dal calderone del passato, ne confronti i termini e tenti di tirare le somme. Non riuscendoci. 

Io a matematica avevo 4 fisso, non è che sappia fare i conti con le questioni d’amore. Proprio no, non ci sperate neppure, al limite so farvi un paio di sottrazioni di dignità.

È buffo. I primi baci sono brutti. Non c’è sincronia, non c’è un grande trasporto. Solo una gran voglia di sciogliere quei nodi e quelle distanze accumulate nel tempo.
Il nodo è allo stomaco, ovviamente. E le distanze ormai nulle. 

Almeno per il momento.







domenica 24 giugno 2012






"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo dal fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione: l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa."
"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo dal fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione: l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa."
"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo dal fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione: l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa."

Emanuele Trevi




Tornarsene a casa dei propri genitori.
Anche solo per un paio di giorni, badate bene. Ma, in certi casi, il tempo sa essere davvero relativo. E stronzo.

Pare ti prenda in giro. Si allunga e accorcia all'inverso, proprio quando non vorresti. Una dilatazione da partoriente.
Per dire. Io sono ventiquattr'ore che sono tornata nel'infernale regno aretino. Minuto più, minuto meno.
E non è successo niente. 

Il caldo secca i pensieri, certo, oltre che i capelli e i campi farinosi. Ti tiene in ostaggio in casa, con le finestre abbassate, solo regolari spilli di luce dalla serranda a penetrare il buio. 
C'è un silenzio, poi, che è diverso. Più denso, che attutisce i suoni. Che mantiene il distacco tra ciò che è fuori. E ciò che è dentro.

Si sta distesi sul letto spoglio, a guardare gli oggetti e le ombre della tua infanzia sotto una luce diversa. A scrutare i muscoli delle gambe che si contraggono nello sforzo di trovare centimetri di fresco. A leggere risposte a domande appena accennate negli angoli del soffitto, blandi tentativi di sistemazione.

Ecco, è in questo contesto che il tempo non passa mai.

 Le quattro, pesanti come un colpo (cit.)

Che ci si focalizza su pensieri ossessivi, su piccoli fallimenti che diventano infiniti e immobili. E si somiglia a una mosca che sbatte contro il vetro, in un affannarsi nel tentare vie di fuga senza che ci sia un vero e proprio pericolo. 

Essere lasciati in balìa di se stessi può comportare effetti collaterali. 
Almeno nel mio caso.
Sono qui, in un'enorme casa vuota, che rimbomba e seda la socialità. Con un giardino da strappare, tagliare, ordinare. Un orto da bagnare. Un armadio da rimettere a posto.
Però preferisco pensare all'altrove. A strizzarmi il cervello con domande improbabili, le uniche che in questo momento riesca a farmi. Ad avere l'impressione che faccia sempre tutto da sola, che la mia vera specialità sia trovare scuse e dare risposte a quesiti inventati.

Cadere in depressione per conoscenti o quasi divenuti anime elette.
Crucciarsi su sorrisi non fatti, gesti evitati, parole di troppo.
Sentirsi in eccesso per scelte avventate, messaggi incauti, desideri precipitosi. 
Non capire dove sia la verità. O un suo abbozzo.

Non c'è verso. Le ore non trascorrono limpide, in questo bunker silenzioso.
No, non sto parlando della casa, parlo del cuore.




"Nella mia testa
c’è sempre stata una stanza vuota per te
quante volte ci ho portato dei fiori
quante volte l’ho difesa dai mostri

Adesso ci abito io
e i mostri sono entrati con me"
Michele Mari




sabato 23 giugno 2012





Arriva sempre, e non sai mica come.
Dico il momento in cui, qualsiasi cosa tu stia facendo, ti scatta qualcosa e poi non vedi più niente come un istante prima.

Cioè, sicuramente non è un'epifania, e neppure un'indicazione divina. è giusto il tuo cervello che si dice - tu ne sei all'oscuro, ovvio, le scelte migliori mica le fai con coscienza, la tua testa e il tuo cuore si riservano il diritto di gestirti come più amano, insomma alla fine sei solo un burattino nelle loro mani, e ringrazia che sia così - che è arrivato il tempo.

Di prendere consapevolezza, di fare il punto della situazione. Della vita, insomma. Però non con angoscia, sia chiaro. Ma con voglia di rivalsa. Di movimento, di frenesia. Perché di tempo ne è stato sprecato fin troppo.

Sarà stato cambiare l'ennesima città. Sarà stato il trovare persone nuove che mi hanno versato nelle vene voglia di vivere in maniera così semplice che, in confronto, passarsi il sale a tavola è un'impresa. Saranno stati i mille ostacoli di questi ultimi tempi, la grinta da dover tirar fuori, i picchi e gli abissi, le serate sprecate e quelle vissute fino all'ultimo sorso. Di birra e di gioia.
Ma riconoscersi, dopo anni, è davvero episodio degno di nota. 

Non che abbia risolto niente, questo è chiaro. Perditempo e procrastinatrice lo sono nata, e temo morirò tale.

Però, in determinati momenti a casaccio nella vita - costellazioni sconosciute, è un po' come guardare il cielo da un'altra prospettiva, cambia tutto, l'unica reazione possibile è la meraviglia e la riconoscenza - capita che non debba servire altro. Se non la semplicità di esserci, sentirsi, e un'immensa gratitudine nei confronti dell'universo. 

C'è chi sceglie la religione. Io credo di aver scelto la fiducia.

Di girarsi, in una notte fragrante di afa e asfalto caldo, e vedere che tutto è al suo posto. In un'entropia indispensabile. Su una bici dalla catena rumorosa, a piedi a testa bassa o fermo a un semaforo arancione. Tutto è lì. Basta saperlo vedere.

Ho iniziato a farlo. E non c'è da fermarsi, se non per legarsi una scarpa ogni tanto.




mercoledì 20 giugno 2012





Che poi, voglio dire.
Avere infinite ore davanti a sé di nulla più totale causa l’assenza di lavoro e un caldo micidiale (la rima non era voluta. chiedo perdono) che farebbe morire una pianta grassa porta a fare un paio di riflessioni.

Vi illustro la situazione.
Sono seduta su un divano di pelle. Seduta è un eufemismo, dato che sono scivolata così in basso (e in tutti i sensi) che immagino non si riesca a distinguere le mie braccia dai braccioli del divano. 
Comunque. Ho, nell’ordine:
  • alla mia sinistra un ventilatore. Fisso. Velocità 3. Indirizzato sulla mia faccia. Da almeno 4 ore.
  • alla mia destra un bicchiere d’acqua ghiacciata. Leggermente frizzante. Giusto leggermente, poi sennò gonfia.  
  • di fronte a me il computer, sulle ginocchia (ma và?). Un po’ più in là l’ennesima lavatrice stesa. Questa però non è la mia, è della coinquilina infermiera (che coup de théatre...)
  • intorno a me, tanto caldo. Troppo. Nemmeno avere le finestre totalmente chiuse e andare per casa a tentoni, sbattendo dappertutto (maledetto cieco, ancora ce l’ho con te, sì, non mi dimentico che ancora devi pagarmi molto di più di quello che mi hai dato), serve a qualcosa.
  • dentro di me, nel cervello, tra i buchi di ricordi e le voragini di speranze, la voglia di fare qualcosa che però continua a rimanere lì, a non concretizzarsi. Castrarsi da soli, il mio nuovo sport preferito.

Ok, avete presente la scenografia?
Bene, adesso pensate al dramma. Il cuore del plot, il fulcro della storia. Al di là dell’insicurezza totale sul futuro, sulla città in cui riuscirò a vivere, sul lavoro (ah, che dolce parola, che meravigliosa e vana illusione, che idillica attività) che farò, il problema è un altro.

L’attesa.
Manco fossi incinta.

Devo aspettare che mi richiamino da quel posto di lavoro.
Devo attendere la risposta per email da quell’altro posto di lavoro.
Devo sperare che da qui a qualche giorno cambi qualcosa.

Insomma, c’è solo da rimettersi nelle mani degli altri.
Sinceramente, è una cosa che non sopporto.
Già nelle mie (dis)avventure sentimentali, bisogna sempre tenerlo presente, ho la costante che tutti mi mollano per tornarsene dalla ex. O qualcosa di simile. 
Insomma, fanno sempre in modo che io non abbia possibilità di scelta, di movimento, di dimostrazione che forse potrebbe funzionare. No, non sia mai, troppo semplice, col cazzo che facciamo in modo di poterci innamorare di te, sei la seconda scelta, ricordatelo sempre (scusate. Mi stavo immaginando gli ex, tutti insieme, camminare verso di me come uno squadrone della morte mentre dicono tutti la stessa frase: “seconda scelta”. Stanotte avrò gli incubi, lo so). 
Dicevo, già c’ho da gestire l’impossibilità di gestire i sentimenti, ora devo anche gestire l’attesa di un lavoro, l’attesa di una risposta, l’attesa di svegliarmi da un letargo che dura da anni.
E, non da meno, l’attesa di scoprire cosa succederà nella mia vita. 





Però concedetemi una domanda spassionata.


Un amore così mi dite un po’ dove si trova? Si compra? Si ordina su internet?

Sempre ad attendere, eh.