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About Me

La mia foto
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.

Disclaimer

  • Le foto su questo blog sono state recuperate da Pinterest e dal web. Nel caso conosceste i nomi dei fotografi, ditemelo. Sarà cosa gradita. Chiaramente i testi sono miei. Chi oserà rubarli / plagiarli / copiarli avrà l'immediata caduta delle dita delle mani, dei piedi, dei capelli e anche un po' di malocchio. Giusto per avvertire.

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lunedì 21 ottobre 2013





È proprio nei pomeriggi di pioggia di fine ottobre, quando non ti farebbe mettere il naso fuori di casa nemmeno la presenza di Johnny Depp nel bar del quartiere, che scegli di farlo.
Scegli di aprire lo scrigno dei ricordi e dei rimpianti, peggio, il vaso di Pandora, peggio, la frusta per il tuo culo (cit.): la scatola delle fotografie.

Ora, siamo d’accordo che tutti noi abbiamo ormai le foto in digitale. Che facebook e un hard disk esterno sono il nostro personale album fotografico. Ma converrete con me che le foto più amate, quelle a cui più siete ed eravate legati - e non parlo solo di quando avevate due anni e vi hanno congelato in una pellicola mentre vi facevate la pipì addosso - continuate a stamparle. Poi le riponete in un album e ve ne dimenticate, ma ancora - spero bene - si perdura nello sviluppo. 

Ecco. Oggi l’ho fatto. 
Con la scusa del “tanto non ho un cazzo da fare, ordiniamo un po’ le foto dell’infanzia”, ho aperto una voragine. Nell’armadio e nel cuore.

Vedi i tuoi genitori a vent’anni. Così belli e spensierati da sembrare finti. Un padre a metà tra Luigi Tenco e il Freddo della banda della Magliana. Una madre che sembra uscita da una pellicola di Buñuel. Li vedi così, e capisci che una simile felicità sia praticamente estinta.

Vedi tuo fratello piccolo e biondo, con gli occhi candidi e curiosi, e non ti capaciti di come possiate essere, adesso, così lontani. Rette parallele, sconosciuti con lo stesso sangue.

Vedi parenti di cui non ricordi nemmeno più l'esistenza, e i nonni ancora con qualche capello grigio in testa, che ti tenevano in braccio orgogliosi di tanta paffutezza. 

Vedi gli amici dell’estate, gente che non incontri da almeno quindici anni, che pensavi sarebbero stati legati a te per sempre. I luoghi di un’adolescenza bellissima e scomparsa, così come quelle spiagge dalle sdraio di legno. Asfaltate per far posto a chissà quali nuovi ombrelloni in alluminio.

Vedi te stessa, dalla nascita a pochi anni fa. Vedi i tuoi capelli cambiare e l’espressione rimanere identica. Vedi le tette crescere parallelamente al culo, il cotone sostituirsi all’acetato. E vedi gli stessi occhi osservare spesso fuori campo, come alla ricerca d’altro, dell’altrove, di quello che non c’è.

E poi vedi le persone che non avresti voluto rivedere. 
Anche se bidimensionali, spalmate su una carta lucida. 
Che ti ricordano come tu voglia sempre far finta di poterle chiudere dentro una stanza dedicata ai fantasmi. Ma che, come ogni fantasma che si rispetti, ci sarà sempre un’ora in cui verranno a smuovere le catene e a fare un casino della madonna.

È per questo che nella tua infanzia hai imparato a memoria Ghostbusters, però.

Viva Peter Venkman.



martedì 15 ottobre 2013



Questa storia della morte di Stephanie di Beautiful - io, non paga, ho anche scritto a riguardo un articolo su La Stampa - ha avuto bisogno di qualche giorno di silenzio per essere digerita nel buio della mia cameretta.
Non scherziamo, non stiamo mica parlando di quisquilie. Siamo andati a toccare un mostro sacro, un elemento imprescindibile, una pilastro nel fiume in piena delle vacuità.
Togliere lei da una delle soap più longeve e affidabili nella storia della tivù - solo Sentieri la supera - è come togliere a ogni donna, a ogni ragazzina, a ogni essere umano con una parte femminile sufficientemente sviluppata la terra da sotto i piedi. 

Facciamo un passo indietro. È necessario per farvi capire questo mio ingestibile choc che si va a riversare anche su tutti gli altri aspetti della mia vita, dalla fiducia in un futuro migliore alla costruzione stabile di una famiglia.
Io, da quando ho memoria, ho sempre collezionato soap opera. Colpa di mia madre che, fin dalla più tenera età, m’infarciva la testa e gli occhi di pipponi melodrammatici ed enfatici (poi ci si chiede perché la mia vita sentimentale sia bucata e sfranta come una camera d’aria).

Dallas, Santa Barbara, Un posto al Sole le più accreditate. Ma nel mio immaginario, nel mio immaginario vi è una telenovela che si è incisa a fuoco: EDERA. Poche puntate per una lacrimevole e travagliatissima storia d’amore, con tanto di abbandoni, perdite di memoria, tradimenti e perdoni. ‘Na roba atroce. 
Poi la madre era anche una finta cieca. Adesso mi è chiaro perché lo scorso anno, lavorando dal ciecodimerda © a Bologna, fossi così intrinsecamente disturbata. 

Senza altresì cincischiare, seguitemi. Immaginate una bambina di otto anni circa. Capelli a caschetto, occhiali tondi dalla montatura rossa di metallo, una spiccata passione per i libri di Roald Dahl e con un numero spaiato di scarpe per le Barbie. Adesso collocate questa bella bimba in una camera grande e spaziosa, con un letto dalla testata bianca e rosa, un armadio con tanti vestiti colorati, innumerevoli fotografie di sé neonata e grassa appese alle pareti e una televisione regalata dalla nonna per la Comunione. Molto bene. Sappiate che quella televisione, ufficialmente di proprietà della bambina, poteva essere guardata solo in compagnia della madre. Che, dopo cena, si poneva indiscriminatamente sulla poltrona vicino al letto della piccola e, impugnando con alterigia il telecomando, si sintonizzava su Canale 5. Sulla sigla di Amedeo Minghi faceva durare le lamentele della povera vittima, ovvero io, quanto il bercio d’un gatto (cit.).

L’aspetto veramente drammatico è un altro. Queste telenovele serali le ho viste tutte a metà, ovvero fino alle 21,30. Perché, scattata quella nefasta ora, mia madre abbassava di tre tacche il volume e mi intimava con cinque lettere: “DORMI”. 
Ho imparato a dormire con il faro di uno schermo televisivo puntato contro, le voci enfatiche dei doppiatori italiani che si accusavano l’un l’altra, una madre sorda ai bisogni della figlia di fronte a una soap opera. E, nonostante questo, ho imparato a crescere felice.
Più o meno.

Sempre che non si parli di telenovele. E di personaggi cattivi delle soap.
Sheila per esempio: chi mai potrà dimenticarsi di quella pazza scatenata che, nel pieno delirio d’onnipotenza, rapisce le figliolette di Taylor e Ridge e minaccia di ucciderle? Chi potrà rimuovere dalla mia memoria lo stupro di Giulia Poggi?

Insomma, non giudicatemi se c’ho messo un po’ a riprendermi dalla morte di Stephanie. 
Sono colpi grossi.  







giovedì 11 ottobre 2012




Distintamente l'ho sentito. Il campanello d'allarme, dico. Ma, come ogni cosa che può spaventare o buttare al tappeto, ho cognitivamente scelto di ignorarlo. È così che è iniziato tutto: la fine. La fine, era proprio il suo inizio.

Quando sei in giro per locali e, invece di "andiamo", ti pare che la bocca del tuo prode amante abbia detto "ti amo", ecco, sappi che quel momento sarà il punto di non ritorno. Da lì inizieranno i guai, le sfighe, i drammi, il rapido e impietoso declino relazionale.
Non c’è scampo, davvero: c’è da mettere in conto che, quando la propria mente vuole sentire parole totalmente diverse da quelle pronunciate, c’è qualcosa da mettere a posto. Se stessi, in linea di principio.

I problemi di comunicazione non sono mai da sottovalutare. No, non sto parlando di lunghe e sterili disquisizioni su quanto sia arduo imparare il bon ton a tavola o di quando due persone non sanno dare lo scettro di peggior cantante italiano della storia a Vasco Rossi o a Gigi d’Alessio (voto sempre e comunque Vasco Rossi, scusatemi, proprio non ce la faccio), ma proprio di quando ognuno ha preso la propria tangente. Di quando, all’interno della coppia (ok, si, certo, è sempre di coppie e relazioni e sentimenti che sto parlando, d’altronde ho 27 anni e sono vittima di bombardamenti amorosi e ormonali, non ci posso far niente), ognuno crede d’esser chiaro con l’altra metà (della coppia, non della mela o baggianate simili. oddio, devo smetterla di usare le parentesi, è un declino anche questo, anche se questa forma paratattica rappresenta appieno la mia vita, ovvero cose accumulate alla cazzo), quando in realtà figuriamoci se c’è chiarezza o comunicazione. 
È come se ognuno dei due parlasse a se stesso. Non c’è ascolto, o almeno non quello vero. Ogni frase, ogni gesto, ogni forma espressiva viene interpretata secondo la propria ottica: se una persona vuole sentirsi amata, ecco, anche - e soprattutto - le parole non dette saranno ottima legna da ardere.
Ho detto “legna da ardere”? Fate finta di niente. 

I dolorini al cuore e alla testa iniziano quando, a furia di negare la realtà, a furia di mostrarsi per quello che non si è nella speranza inutile di piacere di più all’altro, succede lo sfacelo. È un po’ come aprire il vaso di Pandora: significa rendersi conto che ognuno è come se fosse uscito con se stesso, trombando se stesso, parlando con se stesso, allisciandosi da solo. Una masturbazione affettuosa. Che finisce con lo sporcare tutto. 

Quindi ecco, se non capite cosa dice la personcina che vi fa battere il cuore, annuite sorridendo.
O, nel caso abbiate sufficiente fiducia in voi stessi e coraggio, chiedete “che hai detto, scusa?”