Total Pageviews

Powered by Blogger.

About Me

La mia foto
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.

Disclaimer

  • Le foto su questo blog sono state recuperate da Pinterest e dal web. Nel caso conosceste i nomi dei fotografi, ditemelo. Sarà cosa gradita. Chiaramente i testi sono miei. Chi oserà rubarli / plagiarli / copiarli avrà l'immediata caduta delle dita delle mani, dei piedi, dei capelli e anche un po' di malocchio. Giusto per avvertire.

Contact

Nome

Email *

Messaggio *

Visualizzazione post con etichetta Compulsività. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Compulsività. Mostra tutti i post

giovedì 24 ottobre 2013





Ci sono alcuni aspetti, nell’universo finito dei ricordi, che la maggior parte delle persone preferisce lasciare intonsi piuttosto che rischiare di ricondurli al presente.
Tanti non amano tornare nei luoghi dell’infanzia, sarebbe altresì mortificante scoprire quanto piccolo fosse il parco giochi e del tutto privo di fascino l’albero su cui ci si arrampicava alteri.
Altri optano per l’evitare i ristoranti, gli alberghi e le mete turistiche già vissuti con altre persone: la malinconia d’un passato penoso è difficile da arginare. 
Per non parlare delle persone in carne e ossa: certi, avvistando da lontano un vecchio compagno delle elementari, magari appesantito dal tempo e dalla figlia appesa al braccio come arto fantasma, fanno finta di immergere il viso dentro la borsa o cambiano repentini viuzza, sperando di farla franca.

Io non sono così.
Non in tutto, almeno.
Ieri, per dire, ero a casa. Il giorno prima avevo espresso il fanciullesco desiderio di poter rileggere Topolino. E ieri, tac, una persona insostituibile me l’ha portato.

Eh sì, Topolino. 
Io ero una di quelle bambine che ha avuto l’abbonamento per almeno 4/5 anni di fila. Che non vedeva l’ora che arrivasse l’estate per montare le sorprese allegate al giornalino, che trascorreva ore all’emporio vicino casa per decidere se prendere Minni (quello con i bordi delle pagine ogni volta colorati in modo diverso, e con dentro le notizie e i consigli e le confidenze per una bimba così bimba da far finta di non voler crescere mai), Paperinik o i Grandi Classici in attesa del mercoledì successivo.

E dal momento in cui decisi che basta, era giunto il tempo di avere letture più da grandi (Cioè, non dimentichiamocelo, era roba filoporno per l’epoca), non ho più osato rileggerlo.
Ieri la sorpresa. Il timore anche, la paura, l’orrore.
La vergogna col cazzo.

L’ho sfogliato, l’ho annusato, l’ho letto tutto in poco più di un’ora. Non tralasciando nemmeno i nomi dei redattori e della segreteria organizzativa (è sempre bene tenersi informati, si sa mai che possa lavorare per la Panini prima o poi).

E l’ho amato come quando avevo otto anni.
I tre nipotini insopportabili come sempre, Giuditta la più dolce e sfortunata di tutte, nonna Papera una sclerotica rompicoglioni, Topolino e Minni la coppia più fastidiosa della storia, Paperina una sbarba egocentrica, zio Paperone da stendere col gas e rubargli l'oro, la sfiga di Paperino rincuorante nel pensare alla propria.

Non ce n’è: potete citarmi Proust e Calvino, Pavese e la Dickinson. Pure la stessa Plath, mia amata musa.
Ma questo giornaletto resta inarrivabile. 


E chiamatelo poco!




martedì 22 ottobre 2013





L’acquisto di un pigiama è sempre un trauma.
Io, che non porto/compro/indosso calzoni per scelta oculata da almeno sei anni, sono ancora più in difficoltà.

Ogni donna sa.
Sa che andare a provarsi un paio di pantaloni, dopo un po’ che non ci si pesa e che non si sa quanti chili si siano presi, provoca sempre strane palpitazioni e sudori freddi lungo la schiena. Ora, visto che la vita è già difficile di suo, ho scansato il problema smettendo direttamente di indossarli. E di sapere quale taglia ho.

Per il pigiama la questione è un po’ più problematica. 
Si dividono in due categorie:
  • più sono brutti, più sono caldi e comodi
  • più sono sexy, meno ti stanno bene.

Io, partendo dal presupposto che ancora indosso quelli che mi regalò mia nonna a dodici anni e quelli che mia madre non mette perché “hanno l’elastico dei pantaloni che tira troppo”, non faccio testo. In uno ho degli orsi e dei pinguini che sciano, in un altro un panda che va a dormire russando. Chiaramente entrambi da abbinare con i calzettoni di lana, a righe se va proprio di culo.
Addirittura ne ho uno che ormai, quando cammino, scivola a terra e mi ritrovo in mutande, con le braghe al ginocchio. Per questo lo fermo con un elastico per capelli, ma forse questo dettaglio non lo volevate sapere.

Tutto ciò, spero sia chiaro, quando dormo da sola. Quando non c’è nessuno a vedermi e sono trincerata in casa, lontana anche dagli specchi per il timore di poterli rompere.

Quando so di dover dividere il letto con qualcuno, invece, ci sono più soluzioni, a seconda del grado d’intimità e di interesse nel voler essere richiamata il giorno dopo.
Si può dormire nudi. Rischiando polmoniti e bronchite fulminante.
Si può indossare un baby doll tutto pizzi e trasparenze. Che pizzica la pelle peggio d’una maglietta della salute di lana e che ti farà sembrare tutto tranne che eccitante mentre tenti di grattarti la pelle senza dare nell’occhio.
Si può rubare la camicia o la t-shirt del proprio amante. Stando bene attente a non prendere quella con cui è stato a correre, si rischierebbe di avere più l’odore di un tombino intasato che di una sexy lolita.

Stamani, per andare sul sicuro, ho acquistato un pigiama di quelli di fascia media. Così brutto da poter sembrare quasi simpatico. 
Più sul filone trash che su quello erotico, non ho saputo resistere alla mega scritta sulle tette “eat me”. Riferita però a un gigante cupcake con le fragole stampato accanto. 

Io e la lussuria: un’unica cosa.

In un altro universo, credo di sì.



venerdì 18 ottobre 2013





Io, non so voi, ogni volta che guardo una commedia sul grande schermo inizio senza pietà a fare il bilancio della mia vita.
Voglio dire, tralasciando le meraviglie anni 50 di Wilder o le brillanti uscite di testa di Allen dei primi tempi, ogni altra commediucola americana degli ultimi vent’anni ti pone davanti a un’unica, amarissima verità: sei ormai più vecchia dei protagonisti, hai ampiamente superato l'età dei personaggi cui succede di tutto. E, osservando la tua vita, comprendi come ancora tu sia agli albori della realizzazione, ai suoi esordi, probabilmente fuori tempo massimo per sperare di poter brillare. Come a dire "tesoro, o fai tutto entro i trenta, oppure avrai una vita del cazzo".

In media, nelle commedie cinematografiche *realistiche* una persona a ventotto anni è nel bel mezzo di una sfavillante carriera, quella che si è sempre desiderato. O, se non lo è, tutto il resto della sua vita è pronto a indirizzarla nella giusta direzione. È di bell’aspetto, vive da sola, probabilmente in un attico arredato dai migliori designer del mondo, o in alternativa ha una famiglia incredibile e un compagno con soldi a palate. La sua pelle è liscia e luminosa, i capelli sempre in ordine, le bollette e l’affitto mai un problema. Il suo armadio è stracolmo di vestiti di cui il più economico costerà almeno 1000 euro, e per stare in casa non indossa certo la tuta di acetato delle medie (cit.), ma un morbido maxicardigan di cachemire.
Non deve mai fare benzina, non trova mai traffico, non ha bisogno di guardare la strada ma può serenamente intrattenersi in chiacchiere e balletti con gli altri passeggeri dell’auto. 
Il periodo scolastico e universitario l’ha trascorso in uno schiocco di dita, senza problemi o bisogno di studiare, ma in compenso è stata la protagonista indiscussa di svariate feste e flirt con fighi colossali che tu, persona comune, non troverai nemmeno alla settimana della moda di Milano.
Ha dei genitori simpatici e caratteristici, forse un po’ invadenti a volte, ma sempre divertentissimi e a cui poter perdonare tutto.
Per non parlare dei vicini di casa: le volte che non si dimostrano anime gemelle, sono almeno almeno i migliori amici di una vita.

Poi, poi penso alla mia, di vita *realistica*. Di anni ne ho sì ventotto, ma di carriera conosco solo quella ippica. 
Non vivo certo da sola, ma in compagnia dei genitori per il motivo di cui sopra. I miei sono care persone, s'intende, ma da qui a essere delle macchiette ce ne corre. I miei capelli sono per la metà del tempo annodati e crespi come dei rasta, il vestito più costoso che ho l’avrò pagato 69 euro in occasione di un matrimonio - con tanto di conseguenti bestemmie.
La macchina è sempre in riserva, i balletti li faccio per evitare bici e pedoni suicidi, ancora l’università è lì che mi guarda in cagnesco per averla abbandonata, e certo i fighi non si interessavano me. 
E i vicini di casa? Da una parte ho la gattara che parla da sola e ti tira i gatti in faccia se la guardi male. Dall’altra un padre cinquantenne che mi spia dalla finestra mentre mi cambio.


#maiunagioia





giovedì 17 ottobre 2013





Lavare la macchina, soprattutto il suo interno, per una donna spesso corrisponde ad azione così pesante e drammatica da essere procrastinata fino a data da definirsi.
Incredibile come le abitazioni femminili siano intonse e linde come una sala d’ospedale, e come le macchine di proprietà ginecetica siano paragonabili al secchio della monnezza.

Io, solitamente, lavo l’auto - se va bene - una volta all’anno.
L’esterno non è un problema: ci pensa la pioggia. L’unico inconveniente possono essere le malefiche cacche dei malefici piccioni, ma con una rapida passata di tubo di gomma - e successiva grattugiata con spugna - passa la paura. 

L’interno, l’interno è argomento a parte. 
Per rimandare il lavaggio a lunedì ventordici uso le seguenti scuse, spesso anche tutte insieme:
- non ho tempo. Devo frequentare un corso di yoga/riposare gli occhi/distendermi un’ora/andare in libreria/cercare ginger ale in tutta la città
  • eh, tanto sta per piovere, che senso ha pulirla? 
  • non so dove ho messo l’aspirapolvere
  • ho finito il Vetril
  • macchè, è a posto, basta soffiare via un po’ di cenere ed è come nuova

Tutto questo riesce a ridurre un’automobile più simile a una discarica che a un mezzo di trasporto.

Ricordo la macchina di una mia insegnante al liceo: appoggiando il viso al finestrino, ovviamente sporco di uno strato di polvere che nemmeno nelle case abbandonate, si potevano vedere relitti di confezioni di Crispy McBacon, volantini dell’Ipercoop, bottiglie di plastica, buste di carta, multe non pagate, cappotti dell’inverno precedente, un cuscino, trucchi sparsi, pacchetti di sigarette vuoti, libri senza più copertina. 
Probabilmente viveva lì dentro, a pensarci bene.
Giurai che quella non sarebbe stata la mia fine. È altresì ovvio che stia facendo di tutto per diventare come lei, ma tant’è. 

Poi arriva il momento in cui la dignità prende il sopravvento, principalmente perché si teme che, nel fare anche solo un breve tragitto in auto, si possa rischiare di sporcare il vestito appena lavato solamente poggiando il culo sul sedile. 
Così ci si arma di tutto l’occorrente. Rassegnazione, aspirapolvere, panno, detergente, sgrassatore, secchio della spazzatura. Molto grande, ecco. 

La pulizia, se fatta una volta all’anno come da prescrizione, regala infinite sorprese.

Avete presente quella spilla che era della povera nonna, persa chissà dove, a cui avete pensato per molti giorni? Molto bene. Era sotto il sedile. E quella sigaretta elettronica, creduta smarrita in un locale dopo l’ennesima serata di baldoria? Avevate dimenticato di controllare tra i cd. Senza tralasciare le forcine, gli orecchini, gli occhiali da sole. Gli accendini. Funzionanti, per lo più. E i soldi. Così tante monete da avere abbastanza credito per un sabato sera.

Dopo un’oretta, la macchina torna ad avere una parvenza di normalità. Non sa più di portacenere bagnato, si può toccare la radio senza doversi pulire il dito sporco di polvere, è possibile sedersi anche dietro senza dover scrostare sedimentazioni di buste, ombrelli e maglioni. 


Ma non v’illudete: l’entropia è sempre dietro l’angolo.



mercoledì 16 ottobre 2013





Una cosa che mai riuscirò a comprendere è perché la natura abbia creato degli animali in grado di strisciare, nascondersi negli angoli e fare CROC quando li schiacci. 
Voglio dire. Tutti amano i gattini, tutti si struggono vedendo un cucciolo di panda o una giraffa nell’atto di allungare il collo per mangiare le foglie. Allo stesso modo, ogni donna perde dieci anni di vita ogni volta che uno scarafaggio si sposta da sotto il frigorifero al battiscopa o una cavalletta marroncina atterra con nonchalance vicino al piatto in cui la gentil fanciulla mangia, d’estate.
Non so cosa scatti, quale atavica paura prenda il sopravvento, in quale mostro alieno ci siamo convinte che possa trasformarsi ogni insetto se entro cinque secondi non viene ucciso. Fatto sta che questa è una piaga sociale con dei risvolti invalidanti.

Io, per dire, amo la campagna.
La possibilità di svegliarmi in un luogo da cui non si sente il traffico delle strade, dove la sera d’estate c’è il rumore dei grilli e, nei pomeriggi domenicali, vecchi alberi sotto cui sdraiarsi a leggere. Un sogno è riuscire ad avere un vecchio casolare da rimettere a posto, un giardino enorme con fiori, gazebo, ulivi e un ruscello (non rompete le balle, almeno nei sogni non voglio risparmiarmi nulla).

Però. Però c’è un problema. Il fatto che quel casolare non sarà mai di mia proprietà, ma sarò sempre inquilina dei veri padroni: i ragni. 

Per capire che effetto mi fanno, vi illustro una scena capitata non troppi giorni fa. Non farò nomi, la privacy delle persone coinvolte è importante. Sono pur sempre donne con una certa reputazione da difendere. Sempre che non vi siano insettacci nei paraggi.

Lunedì di fine estate. Tempo che volge al brutto, nuvole scure, umore pessimo. Per non rischiare di buttarmi sotto all’espresso delle 4 (cit.), con M.G.G. vado a casa di F.C. per vedere un film, fumare quarantasette sigarette, staccare il cervello e non sentirmi più sola nel mio mare di disagio.
Serata tranquilla, tutto nella norma. Fino al momento del congedo.
Prendo il paltò, lo indosso, mi accingo alla macchina insieme a M.G.G. e chiudo la portiera. Sento qualcosa in mano, mi convinco che sia un filo tirato del cappotto, apro il palmo e lo vedo. 
È lì, mi osserva, con tutti quegli occhi, con tutti quei peli bianchi. Un attimo durato cent’anni, i minuti successivi dentro una bolla d’autismo.

Urlo. In tre secondi netti riesco a: 
  • aprire la portiera e scapicollarmi fuori
  • togliermi il cappotto, sempre continuando a urlare
  • addossarmi meglio di un geco alla porta d’ingresso di F.C., battendo disperata il pugno implorandola di farmi entrare.

Lei s’affaccia, occhio del terrore, e dal fondo delle scale osserva la seguente scena.
M.G.G., presa dal panico nel vedere me uscire di senno, mi fa da controcanto nella sequela di schiamazzi e, non paga, si sente camminare il ragno addosso. Così, saltellando per entrare in casa, si denuda del sotto della tuta, rimanendo in maglietta, mutande e Superga. rigorosamente bianche.
Io, ormai con il cervello abbuiato, finisco di spogliarmi e, dopo essermi nascosta dietro la poltrona, capisco in un guizzo di lucidità che non è luogo sicuro e decido d’arrampicarmi sopra il piano della cucina. Su cui sto appollaiata per dieci minuti buoni. Fino al momento in cui F.C., avendo vissuto la scena in maniera indiretta, comprende la gravità dell’evento e si arma di una bottiglia d’acqua, un rotolo di carta igienica e il catalogo di Mondo Convenienza. Quello con la costola dura, potente e pesante come un mattone. Tutto molto inutile, o quasi.
Ci consiglia di rivestirci: il nemico potrebbe ancora essere nell’abitacolo dell’auto.
Dall’alto della nostra esperienza io e M.G.G. annuiamo, recuperiamo gli abiti e, trasformando i telefoni in torce, controlliamo la macchina. Il tutto urlando in silenzio: il panico non se ne va da un istante all’altro, e che cazzo. Ma i vicini dormono, quindi c’è da chetarsi.
Lo vedo di nuovo. Lui torna a guardarmi con quegli occhi impertinenti, fa un cenno di sfida e si nasconde tra il sedile e la cintura di sicurezza. 
Nessuna delle tre sa come procedere. Ho di nuovo un attimo di autismo in cui mi accascio al suolo ondeggiando per pochi secondi, che serve però per farmi trovare il coraggio necessario a farlo. 
A fargli fare CRAC. Col catalogo piantato di traverso.

Immagino che i resti di quel mostruoso essere siano ancora nella macchina. 
Ma, almeno, ce n’è uno in meno.







martedì 15 ottobre 2013



Questa storia della morte di Stephanie di Beautiful - io, non paga, ho anche scritto a riguardo un articolo su La Stampa - ha avuto bisogno di qualche giorno di silenzio per essere digerita nel buio della mia cameretta.
Non scherziamo, non stiamo mica parlando di quisquilie. Siamo andati a toccare un mostro sacro, un elemento imprescindibile, una pilastro nel fiume in piena delle vacuità.
Togliere lei da una delle soap più longeve e affidabili nella storia della tivù - solo Sentieri la supera - è come togliere a ogni donna, a ogni ragazzina, a ogni essere umano con una parte femminile sufficientemente sviluppata la terra da sotto i piedi. 

Facciamo un passo indietro. È necessario per farvi capire questo mio ingestibile choc che si va a riversare anche su tutti gli altri aspetti della mia vita, dalla fiducia in un futuro migliore alla costruzione stabile di una famiglia.
Io, da quando ho memoria, ho sempre collezionato soap opera. Colpa di mia madre che, fin dalla più tenera età, m’infarciva la testa e gli occhi di pipponi melodrammatici ed enfatici (poi ci si chiede perché la mia vita sentimentale sia bucata e sfranta come una camera d’aria).

Dallas, Santa Barbara, Un posto al Sole le più accreditate. Ma nel mio immaginario, nel mio immaginario vi è una telenovela che si è incisa a fuoco: EDERA. Poche puntate per una lacrimevole e travagliatissima storia d’amore, con tanto di abbandoni, perdite di memoria, tradimenti e perdoni. ‘Na roba atroce. 
Poi la madre era anche una finta cieca. Adesso mi è chiaro perché lo scorso anno, lavorando dal ciecodimerda © a Bologna, fossi così intrinsecamente disturbata. 

Senza altresì cincischiare, seguitemi. Immaginate una bambina di otto anni circa. Capelli a caschetto, occhiali tondi dalla montatura rossa di metallo, una spiccata passione per i libri di Roald Dahl e con un numero spaiato di scarpe per le Barbie. Adesso collocate questa bella bimba in una camera grande e spaziosa, con un letto dalla testata bianca e rosa, un armadio con tanti vestiti colorati, innumerevoli fotografie di sé neonata e grassa appese alle pareti e una televisione regalata dalla nonna per la Comunione. Molto bene. Sappiate che quella televisione, ufficialmente di proprietà della bambina, poteva essere guardata solo in compagnia della madre. Che, dopo cena, si poneva indiscriminatamente sulla poltrona vicino al letto della piccola e, impugnando con alterigia il telecomando, si sintonizzava su Canale 5. Sulla sigla di Amedeo Minghi faceva durare le lamentele della povera vittima, ovvero io, quanto il bercio d’un gatto (cit.).

L’aspetto veramente drammatico è un altro. Queste telenovele serali le ho viste tutte a metà, ovvero fino alle 21,30. Perché, scattata quella nefasta ora, mia madre abbassava di tre tacche il volume e mi intimava con cinque lettere: “DORMI”. 
Ho imparato a dormire con il faro di uno schermo televisivo puntato contro, le voci enfatiche dei doppiatori italiani che si accusavano l’un l’altra, una madre sorda ai bisogni della figlia di fronte a una soap opera. E, nonostante questo, ho imparato a crescere felice.
Più o meno.

Sempre che non si parli di telenovele. E di personaggi cattivi delle soap.
Sheila per esempio: chi mai potrà dimenticarsi di quella pazza scatenata che, nel pieno delirio d’onnipotenza, rapisce le figliolette di Taylor e Ridge e minaccia di ucciderle? Chi potrà rimuovere dalla mia memoria lo stupro di Giulia Poggi?

Insomma, non giudicatemi se c’ho messo un po’ a riprendermi dalla morte di Stephanie. 
Sono colpi grossi.  







lunedì 21 gennaio 2013





Ho uno sconsiderato amore barra dipendenza barra compulsione nei confronti della tecnologia, lo sapete bene. Rischio di poter stare attaccata al computer anche sei ore di fila, dimenticando le funzioni vitali e le necessità primarie: mangiare, bere, fare la pipì, sbattere gli occhi. Rischiando il distacco della retina, le vertigini e il vomito da inutilità personale quotidiana. Certo, me le cerco: a stento al mattino apro gli occhi che già ho in mano il telefono. Controllino veloce, già da prima di dare alle sinapsi il tempo di svegliarsi, a postafacebookwhatsapp. 
Poi giornali online, Kindle sul comò (quando perderò del tutto l’abitudine a leggere e sfogliare libri, vi prego, VI PREGO, uccidetemi), computer che accendo prima ancora di andare a lavarmi il viso. Ecco. Da qui inizia il baratro. Il baratro del “ma come cazzo ho fatto a stare 6 ore davanti al computer senza fare niente”. Bbbrr, rabbrividiamo, questi sono i veri misteri da proporre a Voyager, altro che gli alieni. Non scherziamo.Comunque il punto non è questo. Cioè, sì, è questo, ma c’è di più. 

LA LOCALIZZAZIONE.


Ecco, io ho accettato anche l’orario di invio e di lettura nella chat di Facebook, ormai è chiaro che la privacy è un accessorio di cui la gente non se ne fa di un cazzo. Sicuramente Zuckerberg l’ha inserito per evitare l’enorme fatica di dover digitare le lettere “guarda, ho letto ciò che mi hai scritto, ma ho più cura di un pomodoro spiaccicato sull’asfalto che di te, quindi ciao”, ma ha anche costretto le persone a trovare nuove strategie per rendersi fintamente offline per alcuni. Insomma, cosa non si fa pur di non dover dare spiegazioni.Però, dicevo. Il vero dramma ha un altro nome, minaccioso al solo pronunciarlo: la localizzazione. Il suo significato è: “hai uno smartphone? Tranquillo. Saprò dire al mondo dove sei e rovinarti qualsiasi piano segreto”. Ecco.


Ma tu metti che uno abbia l’amante. O, semplicemente, che voglia fare una sopresa. O anche solo farsi gli affari suoi e andare dove preferisce, senza necessità impellente di comunicarlo via web. No, non si può. Perchè sei sei rincoglionito come me che dimentico spesso di disattivare questa cazzo di localizzazione, cadi in fallo. È un po’ come passeggiare tra i leoni, capisci, la minima mossa falsa e ZAC, sei fatto a brandelli, mangiato, ruttato e digerito. Burp.E quindi devi essere pronto alle spiegazioni. Alle giustificazioni, alla mistificazione di qualsiasi eventuale ideologia. Perchè non è che devi modificare deliberatamente la realtà: devi comprovarla. Addurre prove e indizi credibili e sperare in qualche divinità superiore. E arrivi a sentirti in colpa, a pensare di essere nel torto, a chiederti perché hai scritto quel commento o sei stato taggato in quello status, a razionalizzare le paure, a condannare l'impulsività e la mancanza di coraggio, fino ovviamente a maledirti e a sentirti orribile e spregevole.


Tutto questo, diciamo, per una persona neghittosa che prova fatica anche ad alzare il telefono per ordinare una pizza, è altamente stressante. Ripetete con me: Zuckerberg, localizza tua sorella.






mercoledì 19 settembre 2012




Ci sono dei giorni - come oggi, d’accordo, ma in generale in ogni momento che non sia estate, costellato da depressione sonnolenta, fastidio per qualsiasi cosa abbia vita e capacità solo di muovere il pollice per cambiare canale - in cui si prova un’avversione atavica nei confronti dell’umanità intera. Quando anche il pensare alla propria madre, alla dolce metà al lavoro, alla vicina di casa figa procura un rigurgito di (poco) velato malcontento. 
Per evitare di uscire con una lupara e provocare un genocidio, l’unica salvezza è la televisione. Indirizzare l’heine (l’odio chiama odio, cit.) verso quei personaggioni ripieni di botox e imbecillità ignorati da alcuni, adorati da molti, esecrati da me fa sentire davvero, davvero meglio. 
Ecco a voi parte di quella schiera di manichini di sesso femminile dal sorriso troppo bianco per risultare credibile che vorrei nel mezzo durante uno scontro no tav/polizia.

BARBARA GULIENETTI
Ora. Io vorrei che qualcuno con una parvenza di minimo senso del gusto provi a spiegarmi come un simile elemento riesca a condurre un programma di successo su RealTime. Lei è: insignificante. Manualmente una schiappa (non approfondiamo l’argomento: scivolare sul porno è semplice). Priva di simpatia. Incapace di creare un ambiente accogliente. Con l’unica capacità di trasformare un semplice oggetto utile in qualcosa di orripilante e, tendenzialmente, disutile (anche questa è opera di mia madre. i neologismi casuali, che meraviglia).
È la mia nuova, meravigliosa valvola di sfogo: maledire lei e le sue borsette fatte con un reggiseno vecchio dà un certo tono.

BENEDETTA PARODI
Io lei credo di odiarla. No, davvero, lei e quel suo buonismo da madre modella di figli monelli modelli nella cucina modella tra piatti modello. Non ci si fa. Valutando che è lì solo perché la sorella è stata un mezzobusto di riferimento (?), credo di considerare il suo spessore uguale a quello di una crêpe.
La cosa grave è che mia madre ha comprato il suo libro (sì, compra solo libri in vetta alla classifica: tra le 50 sfumature e questo si dimostra la perfetta cinquantenne italiana) e posso assicurare che le sue ricette sono prive di gusto. Mangiare una galletta di riso ha più dignità.

MANUELA MORENO
Ogni volta che guardo il Tg2, i miei occhi non possono fare a meno di rimanere ipnotizzati dal suo labbro superiore. Insomma, quel salsicciotto di silicone immobile che sta appoggiato sotto il naso. È più forte di me, non ascolto nemmeno ciò che dice, il televisore mostra solo quel dettaglio.
L’altro giorno, per dire, sopra il labbro aveva tre puntini bianchi. Uno due tre. Credo ognuno per ogni siringa di botulino fatta poco prima. 
Immagino che non riesca bene a farsi il bagno: starà a galla più di una Barbie. Favolosa, senz’ombra di dubbio.

BARBARA D’URSO
Lei è l’emblema delle presentatrici tv, la matrigna di Biancaneve, la strega della Bella Addormentata. La donna che mangia sulla tragedie altrui, colei che sicuramente nasconde cipolle sotto lo sgabello da tirar fuori quando non è inquadrata per poter piangere a comando, la signora che ha reso l’ipocrisia l’unico dogma della propria vita. E che fa espressioni così poco credibili che persino gli attori (?) di Centovetrine potrebbero vincere un Oscar.
Ecco, io a lei auguro che le si sciolga la faccia. Non solo il trucco quando fa finta di commuoversi.


Ok, la botta di acidità giornaliera è terminata. Ora sto meglio.


venerdì 29 giugno 2012





Nel mentre che la mia pancia sta totalmente spellandosi e io tento di sopperire spalmandovi crema inutile (alle soglie dei trent’anni non è male non saper ancora prendere il sole, sembro un serpente viscido e scivoloso), riflettevo sui primi baci.

È ormai evidente che questo mio blog sia più per gli adolescenti che per i giovani uomini e le giovani donne attanagliati da crisi e peli superflui.
Ma tornate qui, non cancellatelo dai preferiti, continuate invece a diffonderlo nell’aere come una simpatica distrazione.

Perché i baci a cui faccio riferimento non sono quelli di quando avevamo 13, 14 anni. Ed eravamo a scoprire i primi sapori, a riconoscere le salive altrui come qualcosa di estraneo. Al mare, di notte, con la sabbia che entrava tra i capelli e i granelli a mischiarsi con la lingua.
Non quelli. Ma quelli di oggi.

Se ci pensate, è ben peggio.
Allora c’era la voglia di sperimentare, la curiosità di capire.
Oggi c’è ansia da prestazione e indecisione su come potrà andare dopo.

Una cara persona ha detto, una volta, che “non è mai il momento giusto per un primo bacio”.
Io credo che il problema sia tutto quello che ne consegue.

“Se ci baciamo adesso finiamo a letto, è inevitabile, no non è il caso, ho le mutande di Hello Kitty”
“Ho l’alito che sa di birra e sigarette, non ho neppure un chewing-gum, se lo bacio lo faccio svenire”
“E se poi bacia male? E se sbava?”
“Dove? Mi appoggio al muro? Guardo un punto a caso davanti a me? Lo fisso fino al momento in cui prende coraggio? Vado io?”

Non c’è mica da sottovalutare l’attimo prima del primo bacio. O del suo tentativo. 
L’ansia taglia le gambe, gli ormoni volano bassi (l’altezza è quella inguinale). Non si riesce a guardarsi negli occhi, ancor meno a non far sudare le mani. 
Si torna all’adolescenza, non c’è dubbio. Mancherebbero solo gli apparecchi per i denti. 
Però dopo, mentre finalmente ci si bacia, viene da ridere. Come se ci si fosse del tutto scoperti: si possono confessare le cose peggiori, i pensieri più assurdi, tanto ormai il grosso è stato fatto. Niente c’è di più intimo d’un bacio.

Poi c’è un momento di pausa. Una bolla di sapone che si rompe. La realtà che torna a insinuarsi, il saturo delle emozioni svanisce. E rimane solo la preoccupazione lieve per quello che sarà dopo, per quello che potrà nascere oppure no. L’attesa dell’indeterminato.

E poi. E poi ci sono le storie intrecciate, quelle dove non c’è niente di chiaro, quelle che partono per caso e continuano ancora più per caso. Magari nel mentre incontri altre persone, ne recuperi altre dal calderone del passato, ne confronti i termini e tenti di tirare le somme. Non riuscendoci. 

Io a matematica avevo 4 fisso, non è che sappia fare i conti con le questioni d’amore. Proprio no, non ci sperate neppure, al limite so farvi un paio di sottrazioni di dignità.

È buffo. I primi baci sono brutti. Non c’è sincronia, non c’è un grande trasporto. Solo una gran voglia di sciogliere quei nodi e quelle distanze accumulate nel tempo.
Il nodo è allo stomaco, ovviamente. E le distanze ormai nulle. 

Almeno per il momento.







mercoledì 27 giugno 2012





Decidere di farlo è stata la decisione più difficile della mia vita.
Dico iniziare il romanzo. Che avete capito, per il resto arrivate tardi...

Oddio, non che abbia proprio iniziato. Insomma, c’è la volontà. Un’intenzione sospinta dal non fare un cazzo ogni giorno, dall’essere in un periodo di totale e completo cambiamento, senza escludere il pepe al culo di tutte quelle persone che ho intorno qua a Bologna, come se fossimo tutti orfani erranti ritrovati qui per volontà più che per caso. Sante affinità elettive.

Comunque. Gli amici non c’entrano niente.
Oddio, in realtà c’entrano tutto. Pure troppo a tratti, dato che io non faccio altro che ascoltare i consigli di chiunque.

“devi scrivere la tua, di vita, hai avuto così tante sfighe che la gente potrà solo riderne”
“scrivi in maniera semplice, quando ti si legge non si capisce un cazzo”
“te i romanzi mica li sai scrivere, continua col blog, diventa la nuova Guia”
“buttati sul pornosoft”
“ma le poesie non ti piacciono? Manca una nuova giovane poetessa melodrammatica in Italia”
“dalla a qualcuno e fatti scrivere un romanzo a tuo nome”

Ecco. Potete ben capire che, in quanto a confusione, ce ne sia a sufficienza.
Non è che parta avvantaggiata, diciamo. 
Anche se poi, di idee, in fondo e in fine ne ho un sacco. Però appunto, sono idee. 
Ovvero, quel-qualcosa-di-astratto-che-non-riuscirò-mai-a-concretizzare. 
Sono una stronza, sul serio. E con me stessa. Proprio non riesco a farmi da una parte e organizzarmi. Vivo in un universo parallelo, a cinque metri da terra (ho detto cinque metri da terra, non tre metri sopra il cielo, mi raccomando), dove è tutto sempre bellissimo o terribilmente drammatico. Le vie di mezzo non so cosa siano, così come il venire a patti con la realtà. Realtà? What’s realtà? Uff.

Però sono giunta a un compromesso. Con la mia pigrizia soprattutto.
Scriverò di tutti voi. Sì, è una minaccia.
Nel senso, di me in relazione a voi. Sarete i protagonisti indiretti del mio (eventuale) accumulo di parole, definirlo romanzo mi pare un po’ azzardato.
Ok, cambierò i nomi e qualche dettaglio, certo, però saprete riconoscervi perfettamente. Altro che Dan di Gossip Girl (ok, ho visto tutte le stagioni, va bene? Sono dipendente dai vestiti di quelle donne, dal loro sculettare languido, e ancor più dalla totale assenza di talento che hanno i protagonisti, pur facendo i lavori più fighi della storia, mannaggia a loro), sarò io la vera voce della mia generazione (per lo meno di quella frangia di fallimentari sognatori senza futuro alcuno). 
Scusate, adesso torno nei ranghi. Mi ha fatto male vedere tutta la prima serie di Girls in 5 ore, di filato, senza quasi andare a fare la pipì. Chiamatemi Hannah.

Dicevo, scriverò in effetti della mia vita, di tutte quelle folli situazioni ai limiti del paradossale che mi sono capitate negli ultimi cinque-sei anni. Dal “ti amo ma non è vero” al “scusa, la mia ex è incinta, torno da lei”. Ovviamente ci metterò anche lui, Satana, Daredevil, insomma il cieco di merda ©. Si merita il posto di mostro finale, lui. 

Comunque. 
Inutile specificare che non abbia la minima idea di come strutturarlo, un romanzo. Non so da dove partire, come svilupparlo, e soprattutto come terminarlo. Serve un ordine, un progetto, una scaletta. La capacità di saper decidere.
Ma si sa, di chiaro nella mia vita c’è ben poco. 

Magari sarà la volta buona che riuscirò a dare un ordine alla confusione emozionale che c’è dentro.
Facciamo finta di crederci, và.




mercoledì 13 giugno 2012





Quando inizio a dire che ho sbagliato epoca in cui vivere, la gente alza gli occhi al cielo. 
Per carità, in qualsiasi tempo fossi nata avrei sempre avuto da rompere e lamentarmi, però magari un paio di turbe psicotiche me le sarei risparmiate.

Lo so. Ho un rapporto con la tecnologia che spesso è morboso e a tratti impuri. Toglietemi il telefono con collegamento a internet e sarà come togliere il bastone a un cieco (prima o poi il trauma per questa categoria di disabili mi passerà. Non adesso, però, al momento continuo a odiarli).

Ma se fossi vissuta, per dire, a fine Ottocento, non avrei avuto l'angoscia di dover rispondere al cellulare a numeri sconosciuti.

No, me ne rendo conto.
Voler fare, tra le altre cose, la giornalista barra l’addetta stampa barra l’editor comporta di stare a bagno nella comunicazione. Di avere il telefono come estensione dell’arto. Di basare la propria giornata sul contatto con la gente, e non tentare di rifuggire qualsiasi esperienza diretta con sconosciuti.
Io, quando devo telefonare anche solo per prenotare una pizza, entro nel panico. Mi vergogno. La voce mi diventa strana, inizio a impostarmi, a recitare mentalmente una parte di cui non ricordo le battute. Mi impappino, la metà delle volte riattacco il telefono e faccio finta di niente. Non cenando, o cambiando direttamente menu.
Al lavoro poi (cioè, quando ancora avevo un lavoro, me misera me tapina), quando oltre al dialogo c’è anche da curare la parte che prevede il prendere appunti, ecco, lì vorrei essere altrove. Proprio dall’altra parte del mondo, eh. Entro così nel pallone che spesso scrivo quello che dovrei dire invece di ascoltare la risposta dell’interlocutore. Un genio assoluto.
Inizio a capire il motivo per cui sono stata licenziata.

Uhm. 
Vi devo confessare che, quando la gente suona a casa, tiro fuori il peggio di me.
Se non aspetto nessuno, io non apro la porta.
Sì sì, faccio proprio come i vecchi. Evito di rispondere al citofono, faccio finta che in casa non ci sia nessuno, mi butto sotto il letto, mi distendo per terra facendo finta di essere morta, mi nascondo dentro l’armadio. Non ho dignità. Piuttosto che trovarmi di fronte uno sconosciuto dotato di parola e desideri comunicativi, ecco, preferisco stare nella vasca da bagno. Senz’acqua. Facendo movimenti autistici. Per almeno mezz’ora.

Nell’Ottocento non ci sarebbero stati tutti questi problemi.
Voglio dire, allora non esisteva questo gran numero di telefoni. Io, in quanto grafomane specializzata, sarei stata felice come pochi. La gente si scriveva. Mandava telegrammi, lettere, piccioni viaggiatori, segnali di fumo, messaggi in codice nascosti nelle cartoline illustrate. Ma non telefonava. E tantomeno si presentava a casa di qualcuno senza preavviso, anche solo per controllare il gas o la caldaia. Non c’erano di questi problemi.

Siamo d’accordo, c’era di peggio. Tipo il colera o la sifilide. E la mia convinzione che io, di sifilide, ci sarei morta sicuro. 
Però, almeno, c’era una certa dose di inconsapevolezza. Di fatalità, di mistero. Di “che cazzo vuoi che ne sappia adesso? Se son rose fioriranno” e amenità simili.

Mica come oggi. 
Con facebook e i social network in genere, sono più informata della CIA. Indago sulle cose che m’interessano (sulle persone, ok, lo ammetto, non iniziate a puntare il dito, siete come me) e non c’è proprio il rischio di sbagliare. 
Di fare tutto da soli, quello sì. 
Decidendo a tavolino, tra il mangiarsi le unghie e fumare sigarette, di cancellare per sempre dalla propria vita quella persona. O di eleggere quell’altra a unico e imperituro amore. (Fino a quello successivo, s’intende)
Un branco di compulsivi. 

Ora scusate, devo aggiornare il blog, scrivere una mail a un giornalista, controllare LinkedIn e rispondere a un paio di commenti su facebook.

Però non telefono.







Trovo sia stupefacente la capacità che ho di perdere tempo.
Per dire.
Più di un’ora fa mi sono detta “oh, basta, adesso ricomincio a scrivere. Due cagate eh, giusto per riprendere l’allenamento, per rimanere in forma, avere il fisico perfetto per l’estate" (uhm, in effetti. Dimagrire e scrivere sono due preoccupazioni costanti, negli ultimi giorni. I campi semantici s’intrecciano).

Poi, nel mezzo, ho:

  • pulito il bagno per la terza volta in questa settimana
  • messo in ordine l’armadio
  • sistemato le scarpe in ordine cromatico
  • fatto foto da hipster come una quindicenne, pure un po' da troia
  • parlato/litigato/bestemmiato con mia madre al telefono
  • usato le lenzuola come mantello dell’invisibilità dietro cui nascondermi per proteggermi dall’orrore del mondo, ma si vede che non ha funzionato dato che continuo ad essere appesantita dallo stesso carico di merda
  • aggiunto compulsivamente foto su pinterest, cliccando col mouse alla velocità della luce (tunnel carpale addio)
  • compreso quanto tutto sia abbastanza inutile, dunque forse scrivere qualcosa potrebbe essere l’unico modo per sfogarmi ed evitare di fumare quarantasei sigarette in mezz’ora.

Ognuno ha le proprie peculiarità. Le proprie carte vincenti, un campo in cui eccellere.
Ecco. Io so perdere benissimo il tempo.

(È passata un’altra mezz’ora, ho fatto il caffè, l’ho corretto col latte, ho fumato una sigaretta e, visto che c’ero, ho pure caricato la lavastoviglie. Che donna attiva.)

Pensatela come volete, ma è un’arte. Il procrastinare è mestiere mica da tutti.
Certo, nel mentre perdi buona parte della tua vita a non fare un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Che poi è buffo seguire il percorso. Guardate con me, proprio da lì, dall’inizio.
Io parto gasatissima. Entusiasmo a palla, so che ho le capacità per fare tutto quello che ho in mente. E forse anche meglio di come immagini. In testa è tutto molto chiaro, sempre, i passi da compiere, le riverenze, i volteggi, tutto.
Faccio per passare alla pratica. Qui si rompe qualcosa. È come se il corpo non rispondesse ai comandi. Come se fosse guasta la comunicazione tra pensiero e azione. Una totale disadattata.

Qualcuno, una volta, mi disse che sono un condominio di personalità.
Perfetto, si vede che la maggior parte degli inquilini è una barca di stronzi. Gente che, durante le riunioni, non aspetta altro per attaccar briga.
Tipo la vecchiarda del quinto piano, che insiste a dire di essere vedova, anche se tutti sanno che suo marito è scappato con la ex (una storia vera: le mie ultime relazioni hanno questo plot. Giuro). O il giovine scapolo del primo piano, sempre a fare il grosso, ma che in fondo fa lavori ridicoli solo perché è terrorizzato dal mettersi in gioco. Per non parlare della portinaia: la donna che dovrebbe curare e gestire il palazzo, rendere quieti i rapporti tra il vicinato, ma che invece non fa altro che impicciarsi dei fatti di chiunque. Un modo come un altro per evitare di pensare alla pochezza della propria vita.

Io ho questo condominio, dentro. Ora spiegatemi come posso fare a insegnare a ciascuno di loro la collaborazione per evitare il baratro.
No, spiegatemelo. E visto che ci siete, trovate al giovine un lavoro. E pure a me.

Va bene. Devo smetterla di giocare a The Sims.




domenica 10 giugno 2012





Credo che si chiami legge del contrappasso.

Quando, di fronte a vecchi amici che ti domandano aiuto per far entrare due sconosciuti nella redazione del giornale per cui scrivi banalità a tempo perso (perso è il tempo che impieghi nel convincere i capi che meriteresti l’assunzione, beninteso), ecco, quando davanti a simili richieste chiudi con un ghigno demiurgico la mail di supplica, lì scatta il contrappasso.

Dovrebbero fornire il foglio d’istruzioni, quando ci si affaccia nel mondo del lavoro. O nella vita in genere. 

“Regola uno: aiutare sempre chi ti chiede una mano. Anche a costo di lasciarti soffiare da sotto il naso il posto di lavoro. Non si può mai sapere.”

In fondo la Bibbia dice più verità del previsto. Ma quest’assioma non credo di volerlo accettare. Non adesso, almeno.

Dovrebbero fornire il foglio d’istruzioni, dicevo, perché senza si rischia di sbagliare tantissimo. In generale, e nel non aiutare il prossimo. Scatenando così una catena apocalittica in confronto alla quale Murphy è un principiante. 
Perché, nell’arco di una settimana, quella senza lavoro sono io. Così. A caso. 

“È che non sai fare la contabilità”
“Guardi che sono stata assunta per fare l’assistente di produzione di spettacoli,  mica per seguirle la ristrutturazione della casa al mare e le bollette che non paga”

No, ma poi dico. Non sarebbe certo dovuto essere il lavoro della vita. Solo un ponte, un modo per guadagnare dei soldi (uff), rendermi indipendente (blabla), cambiare città (sput), ricominciare a vivere (ahah). È stato così per duemesidue. Poi, baratro. 

Sono le sei di un pomeriggio qualsiasi. Metà settimana. Ho già cambiato le lenzuola, spazzato, steso una lavatrice. Ordinati la dispensa e il frigo, mi sono buttata sul letto poi sul divano poi sulla sedia poi sul letto. Contato i capelli bianchi che ho tra un ricciolo e l’altro, i chili in eccesso e promesso di mettermi a dieta.
Mangiato una carota bramando un Pimm’s Cocktail. Desiderando pure un po’ più di stabilità, un po’ di chiarezza. Un lavoro, certo. Ma anche un fidanzato, una casa mia, la voglia di scrivere un romanzo, un pomeriggio all’Ikea, un barattolo di Nutella e le patatine. Da mangiare alternati. 

Considerando che, a pensarci attentamente, questi miei desideri hanno in momenti diversi la stessa importanza, si può facilmente evincere che non abbia troppa chiarezza in testa. La tassonomia della mia vita ha un che di enigmatico.

O meglio. So cosa voglio, credo, momento per momento. È il disegno d’insieme che manca. E, cosa non da meno, il percorso per arrivare a ogni scopo. La mappa del tesoro, la cartina per il galeone di Willy l’Orbo. 

Quelle stracazzo d’istruzioni per l’uso.