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mercoledì 20 novembre 2013
Poco fa mi è capitato di sentire parlare mio padre al telefono con un suo amico di vecchia data, mentre inveiva contro il cellulare ormai datato che gli ha fatto cadere la linea almeno un paio di volte, senza rendersi conto che in realtà stava schiacciando con la guancia il tasto rosso.
Fino a qui, niente di strano, normale amministrazione.
E l’ha detta seriamente.
Mai avrei immaginato che qualcuno, non appartenente al mondo delle soap-opera o dei serial sudamericani, potesse utilizzarla. E invece patapem! Il padre.
Il vocabolario, le terminologie, i modi di dire. Universi paralleli e incomprensibili.
“non te l’annaffio” = questa cosa te la dico in maniera concisa, senza troppi giri di parole
“siete due ciliegie” = siete due persone inseparabili
“ora ti ungo i denti” = ora ti faccio mangiare a forza. Altre volte la usa anche per costringere qualcuno a confidarsi
“bragiulina” = la braciola di maiale.
“iogusse” = lo yogurt. Che, per una donna con la terza elementare, era già troppo.
“amburga” = no, non c’è alcun retaggio tedesco. È semplicemente l’hamburger.
“cidrone” = il cetriolo. Gioiosamente coltivato nell’orto dietro casa.
“midolla” = la mollica del pane. Storpiata in maniera da sembrare un composto chimico.
Dove, insomma, ognuno parla a se stesso, perché il prossimo non riesce a capirlo.
È un po’ come dover imparare diverse lingue.
Morte.
Tante care cose a tutti, amici.
mercoledì 30 ottobre 2013
Io non lo so se sia un problema nato dopo capolavori come La finestra sul cortile (sì Hitchcock, parlo proprio con te, uomo che fai film della madonna e sforni una delle mie pellicole preferite - Vertigo, che domande - per poi lasciare sguarnito il cinema di registi degni), ma ecco, le dinamiche tra vicini di casa sono parecchio inquietanti.
Voglio tralasciare il padre cinquantenne che mi spia dal balcone quando lascio la finestra aperta: ho rimosso la sua faccia per evitare di avere incubi.
Ed è così da sempre, da quando ho memoria.
Dicevo. Ero in questo locale a fare beatamente del sano gossip serale sterile e cinico e TAC, mi si materializza accanto la mia vicina di casa. Tutta in tiro e col compagno a traino, seduta composta sullo sgabello accanto al mio.
C’è stata un’occhiata. Rapida e di traverso, per non esporci troppo da essere costrette a salutarci. Io la riconosco, lei riconosce me.
D’un tratto mi tornano in mente tutti i ventotto anni trascorsi a pochi metri di distanza. Le urla che sento tra lei e sua madre, con un livello di due-tre volte al giorno. Talvolta anche con qualche piatto tirato per alzare la media della drammaticità. I discorsi uditi inavvertitamente, i momenti d’intimità da bagno - non sto a scendere nei dettagli - e da camera da letto. Credo che i primi ansimi sessuali non li abbia ascoltati in un film porno, no, provenivano dalla stanza della mia vicina. Robe turche.
Poi, fuori, il nulla.
Io spio te, te spii me.
Ma quando siamo fuori, ecco, non ci si conosce.
Ho bevuto in fretta il mio white russian e sono uscita. Occhi bassi, disagio alto.
Rauss.
domenica 27 ottobre 2013
È domenica, è scattata l’ora solare, il tempo è più grigio della ghisa e sono in modalità “non riuscirete mai a scrostarmi dal letto” dopo l’ennesimo weekend tra amici. Vodka. Discorsi seri. Gente importante.
Questa breve parentesi trash per farvi comprendere la mia situazione quando penso alla sfilata di moda cui sono costretta a partecipare ogni stracazzo di weekend che scelgo di trascorrere per le ridenti viuzze del centro storico.
Ma se c’è una cosa in cui eccelle, no, non è l’oro o l’organizzazione di festival (Arezzo Wave, pardon Italia Wave non esiste più, quindi fatevene una ragione). No. Eccelle nello sfornare sbarbini e sbarbine vestiti di tutto punto come se dovessero recarsi al matrimonio di William e Kate.
CHITTESENCULA.
Stai seduta sugli scalini della piazza e assumi una posizione innaturale solo per mostrare le scarpe dal tacco argenteo e le lunghe gambe abbronzate dalle lampade? Chittesencula.
Parli che sembri una papera per mettere in evidenza le labbra, muovendo muscoli facciali che il 99% della gente comune non sa neppure di avere? Chittesencula.
Ti ritrovi con i tuoi amichetti dal pantalone stretto a rischio sterilità per osservare quante persone possano notarti? Chittesencula.
Esci con il buio e, nonostante questo, indossi gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (cit.)? Chittesencula.
Vivere in una città dove le persone più giovani sembrano uscite da Vogue ha del difficoltoso.
Soprattutto se io i tacchi li ho, ma sono tutti bene in ordine vicino alle scarpe della mia infanzia, immersi in litri di formalina. Se io le borse le compro al mercato e a farmi i capelli ci vado se va bene una volta all’anno.
Per dire, io i soldi che ho li spendo in lingerie di pizzo.
Sopra una stracciona, ma sotto eleganza.
Sempre che non si parli di pigiami.
martedì 22 ottobre 2013
L’acquisto di un pigiama è sempre un trauma.
Io, che non porto/compro/indosso calzoni per scelta oculata da almeno sei anni, sono ancora più in difficoltà.
Ogni donna sa.
Sa che andare a provarsi un paio di pantaloni, dopo un po’ che non ci si pesa e che non si sa quanti chili si siano presi, provoca sempre strane palpitazioni e sudori freddi lungo la schiena. Ora, visto che la vita è già difficile di suo, ho scansato il problema smettendo direttamente di indossarli. E di sapere quale taglia ho.
Per il pigiama la questione è un po’ più problematica.
Si dividono in due categorie:
- più sono brutti, più sono caldi e comodi
- più sono sexy, meno ti stanno bene.
Io, partendo dal presupposto che ancora indosso quelli che mi regalò mia nonna a dodici anni e quelli che mia madre non mette perché “hanno l’elastico dei pantaloni che tira troppo”, non faccio testo. In uno ho degli orsi e dei pinguini che sciano, in un altro un panda che va a dormire russando. Chiaramente entrambi da abbinare con i calzettoni di lana, a righe se va proprio di culo.
Addirittura ne ho uno che ormai, quando cammino, scivola a terra e mi ritrovo in mutande, con le braghe al ginocchio. Per questo lo fermo con un elastico per capelli, ma forse questo dettaglio non lo volevate sapere.
Tutto ciò, spero sia chiaro, quando dormo da sola. Quando non c’è nessuno a vedermi e sono trincerata in casa, lontana anche dagli specchi per il timore di poterli rompere.
Quando so di dover dividere il letto con qualcuno, invece, ci sono più soluzioni, a seconda del grado d’intimità e di interesse nel voler essere richiamata il giorno dopo.
Si può dormire nudi. Rischiando polmoniti e bronchite fulminante.
Si può indossare un baby doll tutto pizzi e trasparenze. Che pizzica la pelle peggio d’una maglietta della salute di lana e che ti farà sembrare tutto tranne che eccitante mentre tenti di grattarti la pelle senza dare nell’occhio.
Si può rubare la camicia o la t-shirt del proprio amante. Stando bene attente a non prendere quella con cui è stato a correre, si rischierebbe di avere più l’odore di un tombino intasato che di una sexy lolita.
Stamani, per andare sul sicuro, ho acquistato un pigiama di quelli di fascia media. Così brutto da poter sembrare quasi simpatico.
Più sul filone trash che su quello erotico, non ho saputo resistere alla mega scritta sulle tette “eat me”. Riferita però a un gigante cupcake con le fragole stampato accanto.
Io e la lussuria: un’unica cosa.
In un altro universo, credo di sì.
lunedì 21 ottobre 2013
È proprio nei pomeriggi di pioggia di fine ottobre, quando non ti farebbe mettere il naso fuori di casa nemmeno la presenza di Johnny Depp nel bar del quartiere, che scegli di farlo.
Scegli di aprire lo scrigno dei ricordi e dei rimpianti, peggio, il vaso di Pandora, peggio, la frusta per il tuo culo (cit.): la scatola delle fotografie.
Ora, siamo d’accordo che tutti noi abbiamo ormai le foto in digitale. Che facebook e un hard disk esterno sono il nostro personale album fotografico. Ma converrete con me che le foto più amate, quelle a cui più siete ed eravate legati - e non parlo solo di quando avevate due anni e vi hanno congelato in una pellicola mentre vi facevate la pipì addosso - continuate a stamparle. Poi le riponete in un album e ve ne dimenticate, ma ancora - spero bene - si perdura nello sviluppo.
Ecco. Oggi l’ho fatto.
Con la scusa del “tanto non ho un cazzo da fare, ordiniamo un po’ le foto dell’infanzia”, ho aperto una voragine. Nell’armadio e nel cuore.
Vedi i tuoi genitori a vent’anni. Così belli e spensierati da sembrare finti. Un padre a metà tra Luigi Tenco e il Freddo della banda della Magliana. Una madre che sembra uscita da una pellicola di Buñuel. Li vedi così, e capisci che una simile felicità sia praticamente estinta.
Vedi tuo fratello piccolo e biondo, con gli occhi candidi e curiosi, e non ti capaciti di come possiate essere, adesso, così lontani. Rette parallele, sconosciuti con lo stesso sangue.
Vedi parenti di cui non ricordi nemmeno più l'esistenza, e i nonni ancora con qualche capello grigio in testa, che ti tenevano in braccio orgogliosi di tanta paffutezza.
Vedi gli amici dell’estate, gente che non incontri da almeno quindici anni, che pensavi sarebbero stati legati a te per sempre. I luoghi di un’adolescenza bellissima e scomparsa, così come quelle spiagge dalle sdraio di legno. Asfaltate per far posto a chissà quali nuovi ombrelloni in alluminio.
Vedi te stessa, dalla nascita a pochi anni fa. Vedi i tuoi capelli cambiare e l’espressione rimanere identica. Vedi le tette crescere parallelamente al culo, il cotone sostituirsi all’acetato. E vedi gli stessi occhi osservare spesso fuori campo, come alla ricerca d’altro, dell’altrove, di quello che non c’è.
E poi vedi le persone che non avresti voluto rivedere.
Anche se bidimensionali, spalmate su una carta lucida.
Che ti ricordano come tu voglia sempre far finta di poterle chiudere dentro una stanza dedicata ai fantasmi. Ma che, come ogni fantasma che si rispetti, ci sarà sempre un’ora in cui verranno a smuovere le catene e a fare un casino della madonna.
È per questo che nella tua infanzia hai imparato a memoria Ghostbusters, però.
Viva Peter Venkman.
lunedì 14 ottobre 2013
Sono mesi che parlo di figli e sono mesi che non aggiorno il blog.
No, non c’è da preoccuparsi, i due aspetti non sono minimamente collegati.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls.
Col cazzo.
Mi divido tra storie d’amore andate a male e curricula Europass da inviare con una serialità degna di un assassino. Tra risate e amici nuovi, cambi di armadio e cambi di pettinature, analisi del sangue e analisi della propria vita.
È ottobre e questa è la stagione perfetta per fare i conti con se stessi. Per me il vero anno inizia adesso, in autunno, di ritorno dalle vacanze e con il cuore e gli occhi ancora proiettati verso la coda dell’estate. Quando non c’è altro da fare che un sospirone, riporre i costumi e tirar fuori i vestiti pesanti per ricominciare ad allenarsi. A correre per non sentire il freddo di una cattiva stagione sempre troppo uguale a se stessa.
E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)
E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)
Capisci anche che ci sono tante passioni che potrai far finta di ignorare e abbandonare per anni, ma torneranno sempre. Che sarà inutile dare la colpa alle scuole frequentate, alla città priva di stimoli, alla rovina dell’editoria, agli alieni, all’invasione di cavallette. Perché sai benissimo che il senso di fallimento per non scrivere più è tuo, e tuo soltanto. Non ci sono scuse che tengano.
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.
Insomma, ottobre è a metà e il mio anno personale è appena iniziato.
Niente figli, no. Prima c’è da capire come curare me stessa. Mi pare di avere appena imparato a camminare, e di strada ce n’è da farne parecchia. Fatemi trovare un po’ d’acqua, ogni tanto.
Oddio, anche un cocktailino non sarebbe male. Va bene smetto, d’altronde è solo lunedì.
venerdì 25 gennaio 2013
Tu, dopo il periodo natalizio, pensi di aver superato la fase drammatica delle feste, delle brutture del centro, dell'affanno per i regali, dell'atmosfera gioiosa a tutti i costi nemmeno avessero spruzzato della droga nell'aria. Pensi di poterti finalmente rilassare, di poter tirare un bel sospiro di sollievo e dire "oh, anche quest'anno ce l'ho fatta".
E invece no.
Sei sopravvissuto alla bolgia infernale dei centauri metà madre metá passeggino, che dal niente ti azzannano le caviglie con le ruote gommate dei loro ordigni. Hai vinto le ragazzine col profumo della Barbie che si spostano, facendo muro, in gruppi di almeno otto-dieci esemplari. Hai sconfitto le famiglie, i parenti, gli amici che ti elemosinavano consigli e ansie da "oddio cosa gli regalo".
Ma, più di tutto, hai superato i babbi natale appesi alla finestra che sembrano ladri o persone impiccate a seconda della prospertiva.
E sei ancora vivo nonostante le orride vetrine natalizie! Quelle in cui i manichini di Intimissimi hanno le palle dell'albero al posto delle tette e le mutande con le renne. Quelle dove il polistirolo è considerato la nuova ecologicissima neve finta, e le canzoni che un tempo erano prettamente religiose adesso sono jingle da tenere inchiodate nello stereo 18 ore consecutive.
Dicevo, pensi di aver superato il momento difficile. Scordatelo! Perchè c'è la Befana. E le vetrine cambiano, non di molto ma cambiano: adesso ovunque trovi distese di chupa chups, vecchie bambole inguardabili che quasi vorresti fare gli scongiuri per evitare la sfiga, bambini che corrono appiccicandoti al cappotto ragnatele di zucchero filato e, ovunque, un odore di dolci e cioccolata che ingrassi al solo respirare.
Ma, forte delle sfide, superi anche quest'ardua prova. Reggi il colpo, ti prepari la minestrina mentre tutti intorno a te infarciscono calze, calzini, calzettoni. Stringi i denti e preghi che il sette gennaio arrivi in fretta.
Poi arriva. Pensi così di aver ormai superato la china e poter vedere davanti a te mesi sereni, ma NEIN!
Ci sono i SALDI. Ovvero, quando tutti i negozianti tirano fuori dai magazzini i vestiti in rimanenza dall'89 e, attaccandoci sopra il cartellino -50%, credono di sbancare.
Certo, spesso ci riescono. Per lo meno ci riescono con me, esemplare della specie "se c'è uno sconto, allora è un affare". Ho ovviato al problema mani bucate recandomi in centro, durante i saldi, solo una volta. E con un budget limitatissimo.
Comunque.
Arrivi finalmente a fine gennaio e, dopo un mese e mezzo di supplizi, ti dichiari un sopravvissuto.
Stai per rilassarti e metterti compdo quando, da un angolo di strada, intravedi l'orrore: I CUORICINI ROSSI.
Ebbene sì. Ti hanno gabbato, per l'ennesima volta. È quasi febbraio. E febbraio significa San Valentino. Ovvero amore, tenerezza, coccole, vacanze di coppia, cene fuori, parole melense e dimostrazioni di amore imperituro.
Tradotto: le persone innamorate hanno il dovere morale di schiaffarti in faccia la loro felicità.
- "No guarda, io san valentino lo odio, ma che fai, è il primo anno che stiamo insieme, andiamo solo a cena fuori! Tu stai a casa?"
- "Ah davvero, San Valentino? Nemmeno me lo ricordavo. No, no, figurati se ci facciamo il regalo. Però se non mi compra l'anello, giuro che lo lascio"
- "Ma lo sai che se il giorno di San Valentino vai in un museo in coppia, entrambi entrate gratis? Te sicura di non aver nessuno con cui andarci?"
Eccetera, eccetera.
I negozi sono impraticabili, anche andare a fare la spesa diventa deprimente: ovunque vi sono orsetti con gli occhioni dolci, baci perugina a cadere, smartbox per due e cuscini con su scritto ti amo. Anche il panettiere diventa un nemico: no, non la voglio la pagnotta a forma di cuore!!
Io dico. Va bene amarsi. Va bene anche fare effusioni in pubblico, andare a cena fuori, camminare mano nella mano. Ma come ci sono le spiagge per i nudisti, non potrebbero fare anche le riserve per gli innamorati fastidiosi e chi promuove l'esaltazione della felicità in due?
Vi prego, liberateci da questa piaga. Il mondo non deve essere SOLO a misura delle coppie.
Vi prego, liberateci da questa piaga. Il mondo non deve essere SOLO a misura delle coppie.
Tutelatemi, tutelateci! O quest'anno perirò.
lunedì 19 novembre 2012
Io ho sempre detto e professato una frase, neppure fossi Gesù nel tempio. Una Gesù con la gonna e le tette ingombranti, ma non è questo il punto.
Ho più volte declamato “rimetti a posto quello che c’è fuori, quando non sai ordinare quello che hai dentro”. Clap clap, mi facevo gli applausi da sola. Anche se poi non ho mai fatto niente di questo, sono sempre stata una fanciulla disordinata, un’amante dell’entropia estrema. Ma gli altri, gli altri questo mica erano tenuti a saperlo: l’importante era uscire con una frase ad effetto, lasciare le espressioni basite e, probabilmente, nelle loro teste la domanda “ma che cazzo ha detto??”.
Però ecco, adesso qualcosa è cambiato.
Ventisette anni e mezzo (sì, e mezzo, come quando si avevano sei anni e per sentirsi non proprio le pischelle di prima elementare si contavano i mesi, i giorni, probabilmente anche i minuti per sentirsi più grandi; ma perchè nessuno ha mai detto quanto avere accumulati sul groppone tanti giorni sia estenuante, faticoso, e tanto triste? Voglio un manuale da regalare alle mie numerose amiche incinta per evitare di crescere le figlie a suon di traumi), e per la prima volta nella mia vita mi sono iscritta in piscina.
Sì sì, sto facendo sport. Di quello da donne di mezza età, con un matrimonio allo sfascio, figlie tardoadolescenti che schifano qualsiasi contatto con la genitrice, con il mascara waterproof e il rossetto rosa confetto anche in acqua. Di quello che prevede costumi olimpionici orribili che schiacciano forme e strizzano culi, cuffie a pinolo, accappatoi di microfibra dai colori pastello e una totale assenza di erotismo.
“con quel costume sei inchiavabile”
Lo ammetto, mi è stata detta anche questa frase. Ma io, stoica e fiera giovane donna bisognosa di attività fisica non orizzontale, non ci ho fatto caso e ho continuato.
In realtà ho pesantemente accusato il colpo e ho abbassato gli occhi sui cosciotti di pollo bianchi come un mobile LACK, sul costume Arena nero così-sembro-più-snella, sulle ciabattine infradito di plastica non accettabili nemmeno d’estate per andare al mare, figuriamoci d’inverno, e ho compreso di essere davvero inchiavabile. Almeno in quelle condizioni. Così ho scelto di rialzare lo sguardo, renderlo fiero, e scendere quei tre gradini di separazione dall’acqua riscaldata. In fondo c’erano le mie amiche cinquantenni ad attendermi per iniziare a muovere chiappe con l’aiuto di una cintura galleggiante.
Comunque.
A parte le declinazioni di mortificazione sessuale, ho finalmente scelto di aggiustarmi fuori. Una sorta di ristrutturazione dalle fondamenta. Certo, la casa non si può buttare giù e non si può trasformare in un loft; ma, almeno, renderla più accogliente sì.
Ho fatto degli enormi passi da gigante. Ho smesso di fumare. Cioè, in realtà ho smesso di fumare le sigarette vere donandomi anima e corpo a quella elettronica. Che però venerdì sera hanno scelto di rubarmi (ok, ero così sbronza che non riuscivo a mettere un pensiero dietro l’altro, quindi temo di averla persa, ma il mio orgoglio preferisce dire che qualche malintenzionato ha scelto volontariamente di sottrarmela). Così ne ho rifumate due-dico-due di quelle col tabacco, che si sa, se si è fumatori lo si è per sempre. E oggi ne subisco le conseguenze: mal di gola, senso di colpa, idiozia diffusa. Forse è il caso che segua il destino (?) e smetta davvero, una volta per tutte.
Mi piace quando mi redarguisco così, anche solo a parole. La mia coscienza sta meglio.
Poi c’è un altro aspetto da non sottovalutare: ho conosciuto le endorfine. Credo di volerne fare overdose: io, non avendo limiti o vie di mezzo, quando scopro che qualcosa mi piace pretendo di abusarne.
Masochismi di wertheriana memoria.
E poi. E poi è un modo per regolamentarmi (non regolarmi, no, qui si parla proprio di darmi da sola un regolamento: ritmo, tecnica, istruzione, disciplina, schemi, abitudine. Però non chiamatemi soldato palla di lardo) e tentare di dare, come dicevo, un ordine almeno a quello che c’è fuori. Che sia il fisico, la ceretta, il cibo, il taglio di capelli: bisogna pur partire da qualche parte.
Da dentro no, pare mi sia scoppiata una bomba nel petto. Meglio un sano, superficialissimo guizzo estetico.
giovedì 11 ottobre 2012
Distintamente l'ho sentito. Il campanello d'allarme, dico. Ma, come ogni cosa che può spaventare o buttare al tappeto, ho cognitivamente scelto di ignorarlo. È così che è iniziato tutto: la fine. La fine, era proprio il suo inizio.
Quando sei in giro per locali e, invece di "andiamo", ti pare che la bocca del tuo prode amante abbia detto "ti amo", ecco, sappi che quel momento sarà il punto di non ritorno. Da lì inizieranno i guai, le sfighe, i drammi, il rapido e impietoso declino relazionale.
Non c’è scampo, davvero: c’è da mettere in conto che, quando la propria mente vuole sentire parole totalmente diverse da quelle pronunciate, c’è qualcosa da mettere a posto. Se stessi, in linea di principio.
Non c’è scampo, davvero: c’è da mettere in conto che, quando la propria mente vuole sentire parole totalmente diverse da quelle pronunciate, c’è qualcosa da mettere a posto. Se stessi, in linea di principio.
I problemi di comunicazione non sono mai da sottovalutare. No, non sto parlando di lunghe e sterili disquisizioni su quanto sia arduo imparare il bon ton a tavola o di quando due persone non sanno dare lo scettro di peggior cantante italiano della storia a Vasco Rossi o a Gigi d’Alessio (voto sempre e comunque Vasco Rossi, scusatemi, proprio non ce la faccio), ma proprio di quando ognuno ha preso la propria tangente. Di quando, all’interno della coppia (ok, si, certo, è sempre di coppie e relazioni e sentimenti che sto parlando, d’altronde ho 27 anni e sono vittima di bombardamenti amorosi e ormonali, non ci posso far niente), ognuno crede d’esser chiaro con l’altra metà (della coppia, non della mela o baggianate simili. oddio, devo smetterla di usare le parentesi, è un declino anche questo, anche se questa forma paratattica rappresenta appieno la mia vita, ovvero cose accumulate alla cazzo), quando in realtà figuriamoci se c’è chiarezza o comunicazione.
È come se ognuno dei due parlasse a se stesso. Non c’è ascolto, o almeno non quello vero. Ogni frase, ogni gesto, ogni forma espressiva viene interpretata secondo la propria ottica: se una persona vuole sentirsi amata, ecco, anche - e soprattutto - le parole non dette saranno ottima legna da ardere.
Ho detto “legna da ardere”? Fate finta di niente.
Ho detto “legna da ardere”? Fate finta di niente.
I dolorini al cuore e alla testa iniziano quando, a furia di negare la realtà, a furia di mostrarsi per quello che non si è nella speranza inutile di piacere di più all’altro, succede lo sfacelo. È un po’ come aprire il vaso di Pandora: significa rendersi conto che ognuno è come se fosse uscito con se stesso, trombando se stesso, parlando con se stesso, allisciandosi da solo. Una masturbazione affettuosa. Che finisce con lo sporcare tutto.
Quindi ecco, se non capite cosa dice la personcina che vi fa battere il cuore, annuite sorridendo.
O, nel caso abbiate sufficiente fiducia in voi stessi e coraggio, chiedete “che hai detto, scusa?”
O, nel caso abbiate sufficiente fiducia in voi stessi e coraggio, chiedete “che hai detto, scusa?”
venerdì 14 settembre 2012
Sono trascorsi tre mesi dall’ultima volta che ho avuto la voglia, il tempo o la pazienza di sedermi con il computer tra le gambe e scrivere.
Però, in mezzo:
- l’ennesimo cambio di città, di prospettive, di ritmi, di lavoro (?)
- un’estate trascorsa come a quindici anni. Mare, bagni, amici, risate, bevute (alcoliche, non d’acqua salata), amori perduti e altri rivelati, capelli schiariti dal sole, riccioli gonfi, pensieri sciolti, respiro sereno.
- una consapevolezza in più. Quella di volersi - e potersi - ritrovare.
Quindi, abbiate pazienza se ho latitato così tanto. Se adesso vi scrivo da una cittadina sperduta in mezzo a girasoli e cipressi (no, non è la nuova pubblicità del Mulino Bianco con Banderas - a proposito, ma perché quel pover’uomo da Zorro è diventato il dissociato che parla con una gallina? perché?), se ho preferito galleggiare come un morto nell’Adriatico invece di scrivere.
Come cercare giustificazioni: MODE ON
Che poi, diciamolo, io le riflessioni che ho fatto gonfiando e sgonfiando la pancia a ritmo sul pelo dell’acqua non le faccio nemmeno sotto la doccia. O quand’ero adolescente (ieri, insomma).
Ok, non me ne ricordo neppure una. È che le avevo trascritte sul telefono, oggetto a me avverso che ogni mese decide di voler essere resettato, così ho perso tutto. Ovviamente.
Però, seguendo la logica delle connessioni, credo che pensassi a quanto tutto, tendenzialmente, sia come galleggiare. Lasciarsi trasportare dalla corrente. Sospendersi. Non avere la percezione reale di quello che c’è intorno. Testa ovattata, corpo abbandonato.
Ok, a leggerle nero su bianco c’è da vergognarsi, quindi facciamo finta che non abbia detto/scritto/pensato niente. Shame on me.
È, tutto questo, un girare intorno al vero nocciolo del problema. Non giudicatemi, altrimenti smettetela di leggere ORA e andate a vedere i video dei gattini su youtube.
Ecco. Il discorso sul lasciarsi trasportare è in funzione del fatto che un pomeriggio tra tanti, come tanti, mia madre entra in camera ed esordisce con la seguente frase:
“oh, invece di leggere quei mattoni che leggi te, ti ho preso questo, sicuro che ti piace!”
Alzo gli occhi e lo vedo.
Copertina nera, una cravatta grigia, un titolo.
Sì, quello.
Cinquanta sfumature di mer... ehm, di grigio.
Guardo mia madre con gli occhi del terrore. A metà tra l’incredulo e il disgustato. In silenzio, a gesti, glielo faccio appoggiare sul comodino.
Esce dalla camera, io faccio finta che nulla sia successo, riprendo a ordinare con minuzia certosina le canzoni su iTunes. Però sento che qualcosa è cambiato, una vibrazione nella Forza, una presenza negativa vicino, troppo vicino. Così schiaffo il mac sul letto e lo guardo. Il libro, intendo, lo guardo e lo prendo. Mi dico “ok, conosci il nemico, leggi un paio di pagine, capisci cosa funziona, perché ne sono state vendute milioni di copie, comprendi cosa fa veramente schifo e poi basta, mettilo lì in fondo alla libreria, nascosto dall’enorme peso specifico di Céline e DFW”.
Solo che. C’è un MA, grosso come una casa.
Di quel cazzo di libro non ne ho lette solo poche righe. L’ho letto in tre giorni. Tutto.
No, nel senso. Non che mi sia piaciuto. È avvenuta però una strana perversione.
Insieme a La solitudine dei numeri primi, è il libro più brutto che abbia mai letto. Giuro. Non sarebbe verosimile nemmeno si vivesse nel paese degli asini volanti: lui è un fantomatico miliardario ventisettenne che ha creato il suo impero dal niente, bello come il sole, che guida un elicottero e ha proprietà e aziende in ogni dove; lei una sciacquetta anoressica insignificante, vergine a vent’anni, che vogliono tutti. Ora che ci penso, credo che sia un plagio di Twilight. Comunque.
Ogni descrizione è fatta di merda. La frase “baci leggeri come piume” è ripetuta ogni paragrafo e mezzo. Le sensazioni descritte sono patetiche, gli scenari incomprensibili, i rapporti di causa/effetto improvvisati. Non c’è linearità, non c’è neppure trasgressione (ora, da che mondo e mondo, dov’è sadomaso il tenere le mani legate mentre si fa sesso? DOVE?). Insomma, è un Harmony, un po’ più dettagliato nella descrizione di una trombata, ma pur sempre un Harmony.
Eppure questa casalinga di Voghera inglese pare che abbia rivoluzionato la trattazione della sessualità in campo letterario.
Io mi chiedo perché.
Certo, il libro l’ho letto. E anche in fretta, ero come drogata. Però ogni due-tre pagine mi dovevo fermare, fare una faccia disgustata, bestemmiare contro il cattivo gusto della scrittrice e proseguire. Ma in sostanza ha vinto lei.
Ha vinto la mediocrità di un libro spacciato come innovatore.
Il marketing, cosa non può fare.
La masturbazione delle casalinghe, la nuova frontiera del porno.
venerdì 29 giugno 2012
Nel mentre che la mia pancia sta totalmente spellandosi e io tento di sopperire spalmandovi crema inutile (alle soglie dei trent’anni non è male non saper ancora prendere il sole, sembro un serpente viscido e scivoloso), riflettevo sui primi baci.
È ormai evidente che questo mio blog sia più per gli adolescenti che per i giovani uomini e le giovani donne attanagliati da crisi e peli superflui.
Ma tornate qui, non cancellatelo dai preferiti, continuate invece a diffonderlo nell’aere come una simpatica distrazione.
Perché i baci a cui faccio riferimento non sono quelli di quando avevamo 13, 14 anni. Ed eravamo a scoprire i primi sapori, a riconoscere le salive altrui come qualcosa di estraneo. Al mare, di notte, con la sabbia che entrava tra i capelli e i granelli a mischiarsi con la lingua.
Non quelli. Ma quelli di oggi.
Se ci pensate, è ben peggio.
Allora c’era la voglia di sperimentare, la curiosità di capire.
Oggi c’è ansia da prestazione e indecisione su come potrà andare dopo.
Una cara persona ha detto, una volta, che “non è mai il momento giusto per un primo bacio”.
Io credo che il problema sia tutto quello che ne consegue.
“Se ci baciamo adesso finiamo a letto, è inevitabile, no non è il caso, ho le mutande di Hello Kitty”
“Ho l’alito che sa di birra e sigarette, non ho neppure un chewing-gum, se lo bacio lo faccio svenire”
“E se poi bacia male? E se sbava?”
“Dove? Mi appoggio al muro? Guardo un punto a caso davanti a me? Lo fisso fino al momento in cui prende coraggio? Vado io?”
Non c’è mica da sottovalutare l’attimo prima del primo bacio. O del suo tentativo.
L’ansia taglia le gambe, gli ormoni volano bassi (l’altezza è quella inguinale). Non si riesce a guardarsi negli occhi, ancor meno a non far sudare le mani.
Si torna all’adolescenza, non c’è dubbio. Mancherebbero solo gli apparecchi per i denti.
Però dopo, mentre finalmente ci si bacia, viene da ridere. Come se ci si fosse del tutto scoperti: si possono confessare le cose peggiori, i pensieri più assurdi, tanto ormai il grosso è stato fatto. Niente c’è di più intimo d’un bacio.
Poi c’è un momento di pausa. Una bolla di sapone che si rompe. La realtà che torna a insinuarsi, il saturo delle emozioni svanisce. E rimane solo la preoccupazione lieve per quello che sarà dopo, per quello che potrà nascere oppure no. L’attesa dell’indeterminato.
E poi. E poi ci sono le storie intrecciate, quelle dove non c’è niente di chiaro, quelle che partono per caso e continuano ancora più per caso. Magari nel mentre incontri altre persone, ne recuperi altre dal calderone del passato, ne confronti i termini e tenti di tirare le somme. Non riuscendoci.
Io a matematica avevo 4 fisso, non è che sappia fare i conti con le questioni d’amore. Proprio no, non ci sperate neppure, al limite so farvi un paio di sottrazioni di dignità.
È buffo. I primi baci sono brutti. Non c’è sincronia, non c’è un grande trasporto. Solo una gran voglia di sciogliere quei nodi e quelle distanze accumulate nel tempo.
Il nodo è allo stomaco, ovviamente. E le distanze ormai nulle.
Almeno per il momento.
mercoledì 27 giugno 2012
Decidere di farlo è stata la decisione più difficile della mia vita.
Dico iniziare il romanzo. Che avete capito, per il resto arrivate tardi...
Oddio, non che abbia proprio iniziato. Insomma, c’è la volontà. Un’intenzione sospinta dal non fare un cazzo ogni giorno, dall’essere in un periodo di totale e completo cambiamento, senza escludere il pepe al culo di tutte quelle persone che ho intorno qua a Bologna, come se fossimo tutti orfani erranti ritrovati qui per volontà più che per caso. Sante affinità elettive.
Comunque. Gli amici non c’entrano niente.
Oddio, in realtà c’entrano tutto. Pure troppo a tratti, dato che io non faccio altro che ascoltare i consigli di chiunque.
“devi scrivere la tua, di vita, hai avuto così tante sfighe che la gente potrà solo riderne”
“scrivi in maniera semplice, quando ti si legge non si capisce un cazzo”
“te i romanzi mica li sai scrivere, continua col blog, diventa la nuova Guia”
“buttati sul pornosoft”
“ma le poesie non ti piacciono? Manca una nuova giovane poetessa melodrammatica in Italia”
“dalla a qualcuno e fatti scrivere un romanzo a tuo nome”
Ecco. Potete ben capire che, in quanto a confusione, ce ne sia a sufficienza.
Non è che parta avvantaggiata, diciamo.
Anche se poi, di idee, in fondo e in fine ne ho un sacco. Però appunto, sono idee.
Ovvero, quel-qualcosa-di-astratto-che-non-riuscirò-mai-a-concretizzare.
Sono una stronza, sul serio. E con me stessa. Proprio non riesco a farmi da una parte e organizzarmi. Vivo in un universo parallelo, a cinque metri da terra (ho detto cinque metri da terra, non tre metri sopra il cielo, mi raccomando), dove è tutto sempre bellissimo o terribilmente drammatico. Le vie di mezzo non so cosa siano, così come il venire a patti con la realtà. Realtà? What’s realtà? Uff.
Però sono giunta a un compromesso. Con la mia pigrizia soprattutto.
Scriverò di tutti voi. Sì, è una minaccia.
Nel senso, di me in relazione a voi. Sarete i protagonisti indiretti del mio (eventuale) accumulo di parole, definirlo romanzo mi pare un po’ azzardato.
Ok, cambierò i nomi e qualche dettaglio, certo, però saprete riconoscervi perfettamente. Altro che Dan di Gossip Girl (ok, ho visto tutte le stagioni, va bene? Sono dipendente dai vestiti di quelle donne, dal loro sculettare languido, e ancor più dalla totale assenza di talento che hanno i protagonisti, pur facendo i lavori più fighi della storia, mannaggia a loro), sarò io la vera voce della mia generazione (per lo meno di quella frangia di fallimentari sognatori senza futuro alcuno).
Scusate, adesso torno nei ranghi. Mi ha fatto male vedere tutta la prima serie di Girls in 5 ore, di filato, senza quasi andare a fare la pipì. Chiamatemi Hannah.
Dicevo, scriverò in effetti della mia vita, di tutte quelle folli situazioni ai limiti del paradossale che mi sono capitate negli ultimi cinque-sei anni. Dal “ti amo ma non è vero” al “scusa, la mia ex è incinta, torno da lei”. Ovviamente ci metterò anche lui, Satana, Daredevil, insomma il cieco di merda ©. Si merita il posto di mostro finale, lui.
Comunque.
Inutile specificare che non abbia la minima idea di come strutturarlo, un romanzo. Non so da dove partire, come svilupparlo, e soprattutto come terminarlo. Serve un ordine, un progetto, una scaletta. La capacità di saper decidere.
Ma si sa, di chiaro nella mia vita c’è ben poco.
Magari sarà la volta buona che riuscirò a dare un ordine alla confusione emozionale che c’è dentro.
Facciamo finta di crederci, và.
mercoledì 13 giugno 2012
Diciamola tutta.
Spesso e volentieri si tenta di fare qualsiasi cosa per smuoversi, per migliorarsi, per progredire, ma indiscutibilmente si rimane immobili.
Mosche contro la luce al neon. Capocciate al muro.
Nel senso.
Io ho cambiato tre città. Svariate case. Numerosi lavori (?). Innominabili fidanzati. Parecchi tagli di capelli. Tanti sorrisi con tante lacrime. Il tutto nella convinzione di avvicinarmi sempre di più a un ordine di vita. Una linearità d’intenti, un amalgama di desideri e realtà, un insieme pastoso ed armonioso.
Col cazzo.
No, ma che poi ho appena acceso la televisione. BeautifulKinderDeliceCentovetrineZanzareMariadeFilippiWindParodi.
M’è venuto il dubbio di essere già all’inferno.
Però, poi, anche questo mi serve per capire che tutto quello che ho sempre pensato voluto immaginato sognato illuso (illuso, sì, la riflessività è un concetto opinabile) è altro.
Mi ritrovo a ventisette anni. Cresciuta con tutti quei film e quei libri che ti hanno convinto che, prima o poi, la casa e la famiglia del Mulino Bianco saranno le tue. Che avrai il lavoro figo e la persona giusta accanto. La perfetta forma fisica, il perfetto sorriso bianco da regalare come caramelle in giro.
Cresciuta con la perfetta convinzione di essere formata. Di avere una certa cultura, una certa dignità. Una posizione, una forma mentis brillante e corretta. Di essere una persona stimabile. Amabile. Più del vino.
Ecco, qui c’è una falla. Non perché si debba amare il vino più di me (dipende dal vino, ecco almeno non paragonatemi a un rosso del Todis, andate su qualcosa di più particolare, un fugato siciliano, un fremente francese, insomma).
Ma perché, calandomi nella gente, tra la gente ci si accorge sempre che tutto quello che si crede è davvero relativo.
Hai scoperto l’acqua calda, brava cogliona.
No, non ho scoperto l’acqua calda né cose che già non sapessi. Solo che sto andando a un altro livello di ragionamento. Stronzi.
È che è sempre questione di fiducia. Di correttezza, di onestà. Di forza, se vogliamo.
La forza di mostrarsi. Di-mostrarsi. Senza pretendere di essere altro.
Discorso banalissimo e qualunquista, ma se ci pensate bene, ecco, ci si dimentica sempre. Affannati come siamo da far vedere agli altri di cosa si è capaci, si perde di vista il punto focale.
Essere. Se stessi.
Nel proprio delirio e nelle proprie mancanze. Nelle proprie lacune, in tutto quello che non si potrà proprio avere, e in tutto quello che ancora deve arrivare. Senza aver paura. Dato che la paura somiglia un po’ alla storia di Giovannino.
http://www.webalice.it/claudio.conti8/favole14.htm
Oggi mi è difficile. Dico, essere poco retorica. Ma c’ho rimuginato tutta la notte e tutta la mattina, tra braccia incastrate male, mani addormentate, piedi avvinghiati almeno quanto i pensieri, curricula consegnati a casaccio, risposte ricevute altrettanto a casaccio.
C’ho pensato, e ho capito che farsi venire il fiatone per correre dietro a chi non gliene frega un cazzo è utile come voler convincere un toscano a diventare vegetariano.
Badate bene: non sto dicendo di non insistere. Di mollare la presa, di rassegnarsi allo svolgersi degli eventi. Al contrario. Sto dicendo di smetterla di essere quello che gli altri vorrebbero che tu fossi.
Essere un po’ meno fichi. E più onesti.
Non si è ancora finito di studiare? Pazienza, hai fatto altro nel mentre.
Non hai un cristo di lavoro degno, per quanto tu possa avere il potenziale? Continua a cercare.
Non hai ancora una casa tua, un uomo tuo, un progetto serio da perseguire, uno sguardo sicuro con cui osservare il mondo? Meglio, altrimenti sai che noia.
Facciamo finta che sia così.
Nel mentre, continuo a demolire e costruire me stessa.
Tentativi svariati, prima o poi s’imbroccherà quello giusto.
Il problema è che più per meno fa meno. La risultante è sempre negativa.
domenica 10 giugno 2012
Credo che si chiami legge del contrappasso.
Quando, di fronte a vecchi amici che ti domandano aiuto per far entrare due sconosciuti nella redazione del giornale per cui scrivi banalità a tempo perso (perso è il tempo che impieghi nel convincere i capi che meriteresti l’assunzione, beninteso), ecco, quando davanti a simili richieste chiudi con un ghigno demiurgico la mail di supplica, lì scatta il contrappasso.
Dovrebbero fornire il foglio d’istruzioni, quando ci si affaccia nel mondo del lavoro. O nella vita in genere.
“Regola uno: aiutare sempre chi ti chiede una mano. Anche a costo di lasciarti soffiare da sotto il naso il posto di lavoro. Non si può mai sapere.”
In fondo la Bibbia dice più verità del previsto. Ma quest’assioma non credo di volerlo accettare. Non adesso, almeno.
Dovrebbero fornire il foglio d’istruzioni, dicevo, perché senza si rischia di sbagliare tantissimo. In generale, e nel non aiutare il prossimo. Scatenando così una catena apocalittica in confronto alla quale Murphy è un principiante.
Perché, nell’arco di una settimana, quella senza lavoro sono io. Così. A caso.
“È che non sai fare la contabilità”
“Guardi che sono stata assunta per fare l’assistente di produzione di spettacoli, mica per seguirle la ristrutturazione della casa al mare e le bollette che non paga”
No, ma poi dico. Non sarebbe certo dovuto essere il lavoro della vita. Solo un ponte, un modo per guadagnare dei soldi (uff), rendermi indipendente (blabla), cambiare città (sput), ricominciare a vivere (ahah). È stato così per duemesidue. Poi, baratro.
Sono le sei di un pomeriggio qualsiasi. Metà settimana. Ho già cambiato le lenzuola, spazzato, steso una lavatrice. Ordinati la dispensa e il frigo, mi sono buttata sul letto poi sul divano poi sulla sedia poi sul letto. Contato i capelli bianchi che ho tra un ricciolo e l’altro, i chili in eccesso e promesso di mettermi a dieta.
Mangiato una carota bramando un Pimm’s Cocktail. Desiderando pure un po’ più di stabilità, un po’ di chiarezza. Un lavoro, certo. Ma anche un fidanzato, una casa mia, la voglia di scrivere un romanzo, un pomeriggio all’Ikea, un barattolo di Nutella e le patatine. Da mangiare alternati.
Considerando che, a pensarci attentamente, questi miei desideri hanno in momenti diversi la stessa importanza, si può facilmente evincere che non abbia troppa chiarezza in testa. La tassonomia della mia vita ha un che di enigmatico.
O meglio. So cosa voglio, credo, momento per momento. È il disegno d’insieme che manca. E, cosa non da meno, il percorso per arrivare a ogni scopo. La mappa del tesoro, la cartina per il galeone di Willy l’Orbo.
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About Me
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.
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