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La mia foto
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.

Disclaimer

  • Le foto su questo blog sono state recuperate da Pinterest e dal web. Nel caso conosceste i nomi dei fotografi, ditemelo. Sarà cosa gradita. Chiaramente i testi sono miei. Chi oserà rubarli / plagiarli / copiarli avrà l'immediata caduta delle dita delle mani, dei piedi, dei capelli e anche un po' di malocchio. Giusto per avvertire.

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mercoledì 18 dicembre 2013




Ci sono dei periodi specifici dell'anno in cui temi di dover salutare la gente.
Ma non per maleducazione o per colpa di un'improvvisa misantropia, no, qui il motivo è ben più semplice: si teme forse più della peste la fatidica domanda “cosa fai a capodanno?”

Quesito che subito mi riporta alla gioventù quando i parenti, durante certi interminabili pranzi domenicali, esordivano con la famosa triade del male: 
comevalascuola/dovevaiinvacanza/trovatoilfidanzato.
La reazione spontanea sarebbe stata quella di alzarsi, rovesciare loro addosso la tavola imbandita partendo dalla zuppiera con i tortellini e, serenamente, rimettersi a sedere. Ma, non potendolo fare a causa di un'inutile convenzione sociale, ero costretta a stiracchiare un sorriso e abbozzare una risposta vaga e dispersiva. Una supercazzola, insomma.

Adesso però, che quelle domande sono state abbandonate per la noia di sentirsi rispondere monosillabi, le persone non fanno altro che aspettare dicembre per chiederti cosa farai il 31.
Ora, voglio dire. A nessuno interessa mai cosa faccio la sera; perché mi chiedo, perché d'improvviso l'intera umanità pare vogliosa di scoprire dove andrò l'ultimo dell'anno?

Le risposte che puoi fornire, poi, sono sempre le stesse, da almeno 15 anni.

“Mah, guarda, il 31 è una serata come tante altre, preferisco non fare niente e andare a letto presto”
(Ovviamente sarà colui che, alle 8 del mattino del 1, verrà ritrovato nudo svenuto nel proprio vomito in qualche angolo di strada)

“Ho organizzato una festa in questo locale, sarà bellissimo, ci sono anche i nostri vecchi compagni delle elementari e pensa, a mezzanotte scatterà il trenino! Vieni? L'ingresso costerà solo 80€ senza drink”
(Inutile dirlo, il locale in questione chiuderà alle 23 per assenza di clientela)

“Sono mesi che ho già preparato tutto, vado con il mio fidanzato all'estero proprio per fare il capodanno in una grande capitale europea, non abbiamo nemmeno speso molto, l'importante è prenotare in tempo”
(Salvo la cancellazione il giorno prima del volo, o l'ovvia separazione dalla dolce metà per tradimenti e amenità simili)

“Voglio fare qualcosa di tranquillo, pensavo a una cena a casa e poi dopo mezzanotte andare in qualche locale a fare due salti”
(Chi metterà a disposizione la casa, è chiaro, non riuscirà mai a uscire: a mezzanotte gli ospiti scoppieranno petardi sotto il tavolo, qualcuno vomiterà dal balcone, altri si tireranno le lenticchie e altri ancora bruceranno il pelo del cane con le bacchettine che fanno le scintille)

“Vado in piazza con gli amici, poca spesa molta resa, vuoi mettere?”
(Saranno l'unico gruppo di giovani in mezzo a bambini col viso truccato da farfalla, genitori depressi impegnati ad abbuffarsi di panettone e settantenni concentrati a ballare il liscio)

“Ah, io lavorerò come cameriere, sono soldi facili, pagano molto per poche ore”
(Le ultime parole famose: 50€ al nero per 12 ore ininterrotte di schiavismo sono forse un po' pochini)

“Bah, decido all'ultimo, tanto qualcosa da fare si trova sempre”
(Traduzione: il 31 sera mi ritroverò solo a casa, sotto le coperte a guardare Frizzi in tivù che festeggia con mummie riportate in vita)

Io?
Io non mi preoccupo: a capodanno, con la sfiga che mi pervade, minimo minimo avrò la febbre.



mercoledì 20 novembre 2013




Poco fa mi è capitato di sentire parlare mio padre al telefono con un suo amico di vecchia data, mentre inveiva contro il cellulare ormai datato che gli ha fatto cadere la linea almeno un paio di volte, senza rendersi conto che in realtà stava schiacciando con la guancia il tasto rosso.
Fino a qui, niente di strano, normale amministrazione.

Lo strano è nato quando ha chiuso la telefonata con l’espressione “ciao Gino, tante care cose!”
E l’ha detta seriamente.

Ecco. Mi si è per un attimo gelato il sangue nelle vene: quella frase la dico con le mie amiche per prenderci in giro, per far rimanere in voga espressioni così desuete che non si trovano nemmeno nei vecchi film.
Mai avrei immaginato che qualcuno, non appartenente al mondo delle soap-opera o dei serial sudamericani, potesse utilizzarla. E invece patapem! Il padre.

Voglio dire, le varie generazioni hanno un sacco di differenze, siamo tutti d’accordo. Il modo di intendere l’abbigliamento (“vestita così sembri una guardia svizzera”), la musica (“che è ‘sto casino?”), la nutrizione (“sushi che? Ma è legale il pesce crudo?”), gli orari (“sono le nove di domenica mattina, perché ancora sei a letto?”), lo stile di vita (“ai miei tempi a 28 anni eravamo tutti sposati con almeno un paio di figlioli, si vede che voi siete proprio degli immaturi”), ma più di tutti c’è un aspetto che davvero non potrà mai avere punti d’incontro.

La comunicazione.
Il vocabolario, le terminologie, i modi di dire. Universi paralleli e incomprensibili.

Mio padre usa locuzioni che credo si sia inventato di punto in bianco, e che probabilmente capisce solo lui.
“non te l’annaffio” = questa cosa te la dico in maniera concisa, senza troppi giri di parole
“siete due ciliegie” = siete due persone inseparabili
“ora ti ungo i denti” = ora ti faccio mangiare a forza. Altre volte la usa anche per costringere qualcuno a confidarsi

Mia nonna, prima di lui, fu la prima persona che mi aprì la strada al favoloso mondo delle terminologie diversamente comprensibili. Mentre, a merenda, mi rimpinzava di pane col vino e lo zucchero e mi costringeva a passare il tempo fissando la strada seduta davanti alla finestra, suggerendomi di contare quante auto rosse passassero nel corso del pomeriggio. Un’infanzia difficile, lo so.
“bragiulina” = la braciola di maiale. 
“iogusse” = lo yogurt. Che, per una donna con la terza elementare, era già troppo.
“amburga” = no, non c’è alcun retaggio tedesco. È semplicemente l’hamburger.
“cidrone” = il cetriolo. Gioiosamente coltivato nell’orto dietro casa.
“midolla” = la mollica del pane. Storpiata in maniera da sembrare un composto chimico.

Immaginatevi di crescere in una famiglia così. Dove ognuno si inventa modi di dire e vocaboli ex novo. 
Dove, insomma, ognuno parla a se stesso, perché il prossimo non riesce a capirlo.
È un po’ come dover imparare diverse lingue. 
Morte.


Tante care cose a tutti, amici.




giovedì 14 novembre 2013




Lavorare per dieci giorni nel reparto abbigliamento del centro commerciale della propria ridente cittadina corrisponde, possiamo dire, ad assicurarsi un posto fisso in paradiso.

Visualizzate con me.
Visualizzate una ragazza che, da circa sei anni, non porta più i pantaloni - in special modo i jeans - per un vezzo e soprattutto per evitare il trauma di conoscere la propria taglia.
Visualizzate una ragazza che non porta più i pantaloni e che, per un ironico caso del destino, deve ordinare tute e piumini, scarpe sportive, maglioni e calzoni delle più svariate forme per offrirli alla mercé dei soci Coop. Una mosca bianca, un ago in un pagliaio, una sirena tra gli squali, una disagiata nel mondo del lavoro. 
Visualizzate una ragazza che non porta più i pantaloni che deve occuparsi dell’abbigliamento sportivo per i soci Coop armata solo di buona volontà, un vestitino da venerdì sera e tanta, tanta inconsapevolezza.

Questa ero io. Ignara delle orde di barbari che, ogni giorno, si sarebbero presentati presso quel reparto per rivoltare i jeans accuratamente piegati e disposti per taglia, aprire tutte le zip delle felpe, gettare a terra i piumini ultralight in vera piuma d’oca, fare palle di lana dei maglioni dallo scollo a barca e rubare scarpe da ginnastica lasciando in cambio le proprie, vecchie e puzzolenti.

È davanti a simili circostanze che comprendo la vita difficile di Cenerentola, l’orrore di Biancaneve quando doveva nascondersi dalla matrigna, l’ingiusta crudeltà della strega della Bella Addormentata. Ma, contemporaneamente, quanto il dolore e il patimento facciano crescere e, alla fine, far trionfare il bene.
O l’istinto di sopravvivenza, per essere precisi. 

I due momenti peggiori della giornata erano al mattino e al ritorno dalla pausa pranzo.
In entrambi i casi, i vestiti sembravano avessero scelto la strada dell’anarchia.
I jeans tentavano sempre di allontanarsi: così tanto che sono stati ritrovati anche vicino al reparto pasticceria. 
Le maglie credo odiassero essere maglie, e più volte hanno tentato di diventare t-shirt arrotolandosi le maniche.
I piumini, nel caldo del reparto, svenivano a terra scomposti e mischiati.
Le scarpe, costrette a matrimoni combinati fin dalla nascita, preferivano scoppiarsi e unirsi dentro scatole di altre scarpe. 
In poche parole: nammerda di delirio, un girone infernale, roba che in confronto camera mia è ordinata.

Ci sono tanti tipi di clienti, quelli che chiedono alle commesse l’aiuto per cercare una taglia o un consiglio, quelli che titubano e alla fine lasciano perdere e quelli che, fottendosene della civiltà e dell’educazione, rispondono male se cerchi di evitare che ti scombinino la pila di jeans amorevolmente ordinati, mettono tutto in mezzo e, non paghi, non comprano un cazzo.

“Mi scusi signorina, ma è più grande la L o la XL?”
“Senti ma ce l’avete le magline della Liabella?”
“Questo giubbotto è abbastanza pesante? Lasciami il tuo numero, che se mi ci farà freddo ti chiamerò per lamentarmi”
“Non si abbassi troppo, le si intravedono le mutande”


Provate a indovinare quali siano stati miei clienti.

Però, in compenso, ho ricominciato a portare i jeans. 




lunedì 21 ottobre 2013





È proprio nei pomeriggi di pioggia di fine ottobre, quando non ti farebbe mettere il naso fuori di casa nemmeno la presenza di Johnny Depp nel bar del quartiere, che scegli di farlo.
Scegli di aprire lo scrigno dei ricordi e dei rimpianti, peggio, il vaso di Pandora, peggio, la frusta per il tuo culo (cit.): la scatola delle fotografie.

Ora, siamo d’accordo che tutti noi abbiamo ormai le foto in digitale. Che facebook e un hard disk esterno sono il nostro personale album fotografico. Ma converrete con me che le foto più amate, quelle a cui più siete ed eravate legati - e non parlo solo di quando avevate due anni e vi hanno congelato in una pellicola mentre vi facevate la pipì addosso - continuate a stamparle. Poi le riponete in un album e ve ne dimenticate, ma ancora - spero bene - si perdura nello sviluppo. 

Ecco. Oggi l’ho fatto. 
Con la scusa del “tanto non ho un cazzo da fare, ordiniamo un po’ le foto dell’infanzia”, ho aperto una voragine. Nell’armadio e nel cuore.

Vedi i tuoi genitori a vent’anni. Così belli e spensierati da sembrare finti. Un padre a metà tra Luigi Tenco e il Freddo della banda della Magliana. Una madre che sembra uscita da una pellicola di Buñuel. Li vedi così, e capisci che una simile felicità sia praticamente estinta.

Vedi tuo fratello piccolo e biondo, con gli occhi candidi e curiosi, e non ti capaciti di come possiate essere, adesso, così lontani. Rette parallele, sconosciuti con lo stesso sangue.

Vedi parenti di cui non ricordi nemmeno più l'esistenza, e i nonni ancora con qualche capello grigio in testa, che ti tenevano in braccio orgogliosi di tanta paffutezza. 

Vedi gli amici dell’estate, gente che non incontri da almeno quindici anni, che pensavi sarebbero stati legati a te per sempre. I luoghi di un’adolescenza bellissima e scomparsa, così come quelle spiagge dalle sdraio di legno. Asfaltate per far posto a chissà quali nuovi ombrelloni in alluminio.

Vedi te stessa, dalla nascita a pochi anni fa. Vedi i tuoi capelli cambiare e l’espressione rimanere identica. Vedi le tette crescere parallelamente al culo, il cotone sostituirsi all’acetato. E vedi gli stessi occhi osservare spesso fuori campo, come alla ricerca d’altro, dell’altrove, di quello che non c’è.

E poi vedi le persone che non avresti voluto rivedere. 
Anche se bidimensionali, spalmate su una carta lucida. 
Che ti ricordano come tu voglia sempre far finta di poterle chiudere dentro una stanza dedicata ai fantasmi. Ma che, come ogni fantasma che si rispetti, ci sarà sempre un’ora in cui verranno a smuovere le catene e a fare un casino della madonna.

È per questo che nella tua infanzia hai imparato a memoria Ghostbusters, però.

Viva Peter Venkman.



venerdì 18 ottobre 2013





Io, non so voi, ogni volta che guardo una commedia sul grande schermo inizio senza pietà a fare il bilancio della mia vita.
Voglio dire, tralasciando le meraviglie anni 50 di Wilder o le brillanti uscite di testa di Allen dei primi tempi, ogni altra commediucola americana degli ultimi vent’anni ti pone davanti a un’unica, amarissima verità: sei ormai più vecchia dei protagonisti, hai ampiamente superato l'età dei personaggi cui succede di tutto. E, osservando la tua vita, comprendi come ancora tu sia agli albori della realizzazione, ai suoi esordi, probabilmente fuori tempo massimo per sperare di poter brillare. Come a dire "tesoro, o fai tutto entro i trenta, oppure avrai una vita del cazzo".

In media, nelle commedie cinematografiche *realistiche* una persona a ventotto anni è nel bel mezzo di una sfavillante carriera, quella che si è sempre desiderato. O, se non lo è, tutto il resto della sua vita è pronto a indirizzarla nella giusta direzione. È di bell’aspetto, vive da sola, probabilmente in un attico arredato dai migliori designer del mondo, o in alternativa ha una famiglia incredibile e un compagno con soldi a palate. La sua pelle è liscia e luminosa, i capelli sempre in ordine, le bollette e l’affitto mai un problema. Il suo armadio è stracolmo di vestiti di cui il più economico costerà almeno 1000 euro, e per stare in casa non indossa certo la tuta di acetato delle medie (cit.), ma un morbido maxicardigan di cachemire.
Non deve mai fare benzina, non trova mai traffico, non ha bisogno di guardare la strada ma può serenamente intrattenersi in chiacchiere e balletti con gli altri passeggeri dell’auto. 
Il periodo scolastico e universitario l’ha trascorso in uno schiocco di dita, senza problemi o bisogno di studiare, ma in compenso è stata la protagonista indiscussa di svariate feste e flirt con fighi colossali che tu, persona comune, non troverai nemmeno alla settimana della moda di Milano.
Ha dei genitori simpatici e caratteristici, forse un po’ invadenti a volte, ma sempre divertentissimi e a cui poter perdonare tutto.
Per non parlare dei vicini di casa: le volte che non si dimostrano anime gemelle, sono almeno almeno i migliori amici di una vita.

Poi, poi penso alla mia, di vita *realistica*. Di anni ne ho sì ventotto, ma di carriera conosco solo quella ippica. 
Non vivo certo da sola, ma in compagnia dei genitori per il motivo di cui sopra. I miei sono care persone, s'intende, ma da qui a essere delle macchiette ce ne corre. I miei capelli sono per la metà del tempo annodati e crespi come dei rasta, il vestito più costoso che ho l’avrò pagato 69 euro in occasione di un matrimonio - con tanto di conseguenti bestemmie.
La macchina è sempre in riserva, i balletti li faccio per evitare bici e pedoni suicidi, ancora l’università è lì che mi guarda in cagnesco per averla abbandonata, e certo i fighi non si interessavano me. 
E i vicini di casa? Da una parte ho la gattara che parla da sola e ti tira i gatti in faccia se la guardi male. Dall’altra un padre cinquantenne che mi spia dalla finestra mentre mi cambio.


#maiunagioia





giovedì 17 ottobre 2013





Lavare la macchina, soprattutto il suo interno, per una donna spesso corrisponde ad azione così pesante e drammatica da essere procrastinata fino a data da definirsi.
Incredibile come le abitazioni femminili siano intonse e linde come una sala d’ospedale, e come le macchine di proprietà ginecetica siano paragonabili al secchio della monnezza.

Io, solitamente, lavo l’auto - se va bene - una volta all’anno.
L’esterno non è un problema: ci pensa la pioggia. L’unico inconveniente possono essere le malefiche cacche dei malefici piccioni, ma con una rapida passata di tubo di gomma - e successiva grattugiata con spugna - passa la paura. 

L’interno, l’interno è argomento a parte. 
Per rimandare il lavaggio a lunedì ventordici uso le seguenti scuse, spesso anche tutte insieme:
- non ho tempo. Devo frequentare un corso di yoga/riposare gli occhi/distendermi un’ora/andare in libreria/cercare ginger ale in tutta la città
  • eh, tanto sta per piovere, che senso ha pulirla? 
  • non so dove ho messo l’aspirapolvere
  • ho finito il Vetril
  • macchè, è a posto, basta soffiare via un po’ di cenere ed è come nuova

Tutto questo riesce a ridurre un’automobile più simile a una discarica che a un mezzo di trasporto.

Ricordo la macchina di una mia insegnante al liceo: appoggiando il viso al finestrino, ovviamente sporco di uno strato di polvere che nemmeno nelle case abbandonate, si potevano vedere relitti di confezioni di Crispy McBacon, volantini dell’Ipercoop, bottiglie di plastica, buste di carta, multe non pagate, cappotti dell’inverno precedente, un cuscino, trucchi sparsi, pacchetti di sigarette vuoti, libri senza più copertina. 
Probabilmente viveva lì dentro, a pensarci bene.
Giurai che quella non sarebbe stata la mia fine. È altresì ovvio che stia facendo di tutto per diventare come lei, ma tant’è. 

Poi arriva il momento in cui la dignità prende il sopravvento, principalmente perché si teme che, nel fare anche solo un breve tragitto in auto, si possa rischiare di sporcare il vestito appena lavato solamente poggiando il culo sul sedile. 
Così ci si arma di tutto l’occorrente. Rassegnazione, aspirapolvere, panno, detergente, sgrassatore, secchio della spazzatura. Molto grande, ecco. 

La pulizia, se fatta una volta all’anno come da prescrizione, regala infinite sorprese.

Avete presente quella spilla che era della povera nonna, persa chissà dove, a cui avete pensato per molti giorni? Molto bene. Era sotto il sedile. E quella sigaretta elettronica, creduta smarrita in un locale dopo l’ennesima serata di baldoria? Avevate dimenticato di controllare tra i cd. Senza tralasciare le forcine, gli orecchini, gli occhiali da sole. Gli accendini. Funzionanti, per lo più. E i soldi. Così tante monete da avere abbastanza credito per un sabato sera.

Dopo un’oretta, la macchina torna ad avere una parvenza di normalità. Non sa più di portacenere bagnato, si può toccare la radio senza doversi pulire il dito sporco di polvere, è possibile sedersi anche dietro senza dover scrostare sedimentazioni di buste, ombrelli e maglioni. 


Ma non v’illudete: l’entropia è sempre dietro l’angolo.



martedì 15 ottobre 2013



Questa storia della morte di Stephanie di Beautiful - io, non paga, ho anche scritto a riguardo un articolo su La Stampa - ha avuto bisogno di qualche giorno di silenzio per essere digerita nel buio della mia cameretta.
Non scherziamo, non stiamo mica parlando di quisquilie. Siamo andati a toccare un mostro sacro, un elemento imprescindibile, una pilastro nel fiume in piena delle vacuità.
Togliere lei da una delle soap più longeve e affidabili nella storia della tivù - solo Sentieri la supera - è come togliere a ogni donna, a ogni ragazzina, a ogni essere umano con una parte femminile sufficientemente sviluppata la terra da sotto i piedi. 

Facciamo un passo indietro. È necessario per farvi capire questo mio ingestibile choc che si va a riversare anche su tutti gli altri aspetti della mia vita, dalla fiducia in un futuro migliore alla costruzione stabile di una famiglia.
Io, da quando ho memoria, ho sempre collezionato soap opera. Colpa di mia madre che, fin dalla più tenera età, m’infarciva la testa e gli occhi di pipponi melodrammatici ed enfatici (poi ci si chiede perché la mia vita sentimentale sia bucata e sfranta come una camera d’aria).

Dallas, Santa Barbara, Un posto al Sole le più accreditate. Ma nel mio immaginario, nel mio immaginario vi è una telenovela che si è incisa a fuoco: EDERA. Poche puntate per una lacrimevole e travagliatissima storia d’amore, con tanto di abbandoni, perdite di memoria, tradimenti e perdoni. ‘Na roba atroce. 
Poi la madre era anche una finta cieca. Adesso mi è chiaro perché lo scorso anno, lavorando dal ciecodimerda © a Bologna, fossi così intrinsecamente disturbata. 

Senza altresì cincischiare, seguitemi. Immaginate una bambina di otto anni circa. Capelli a caschetto, occhiali tondi dalla montatura rossa di metallo, una spiccata passione per i libri di Roald Dahl e con un numero spaiato di scarpe per le Barbie. Adesso collocate questa bella bimba in una camera grande e spaziosa, con un letto dalla testata bianca e rosa, un armadio con tanti vestiti colorati, innumerevoli fotografie di sé neonata e grassa appese alle pareti e una televisione regalata dalla nonna per la Comunione. Molto bene. Sappiate che quella televisione, ufficialmente di proprietà della bambina, poteva essere guardata solo in compagnia della madre. Che, dopo cena, si poneva indiscriminatamente sulla poltrona vicino al letto della piccola e, impugnando con alterigia il telecomando, si sintonizzava su Canale 5. Sulla sigla di Amedeo Minghi faceva durare le lamentele della povera vittima, ovvero io, quanto il bercio d’un gatto (cit.).

L’aspetto veramente drammatico è un altro. Queste telenovele serali le ho viste tutte a metà, ovvero fino alle 21,30. Perché, scattata quella nefasta ora, mia madre abbassava di tre tacche il volume e mi intimava con cinque lettere: “DORMI”. 
Ho imparato a dormire con il faro di uno schermo televisivo puntato contro, le voci enfatiche dei doppiatori italiani che si accusavano l’un l’altra, una madre sorda ai bisogni della figlia di fronte a una soap opera. E, nonostante questo, ho imparato a crescere felice.
Più o meno.

Sempre che non si parli di telenovele. E di personaggi cattivi delle soap.
Sheila per esempio: chi mai potrà dimenticarsi di quella pazza scatenata che, nel pieno delirio d’onnipotenza, rapisce le figliolette di Taylor e Ridge e minaccia di ucciderle? Chi potrà rimuovere dalla mia memoria lo stupro di Giulia Poggi?

Insomma, non giudicatemi se c’ho messo un po’ a riprendermi dalla morte di Stephanie. 
Sono colpi grossi.  







lunedì 14 ottobre 2013

Sono mesi che parlo di figli e sono mesi che non aggiorno il blog. 
No, non c’è da preoccuparsi, i due aspetti non sono minimamente collegati.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls. 

Col cazzo.

Mi divido tra storie d’amore andate a male e curricula Europass da inviare con una serialità degna di un assassino. Tra risate e amici nuovi, cambi di armadio e cambi di pettinature, analisi del sangue e analisi della propria vita. 

È ottobre e questa è la stagione perfetta per fare i conti con se stessi. Per me il vero anno inizia adesso, in autunno, di ritorno dalle vacanze e con il cuore e gli occhi ancora proiettati verso la coda dell’estate. Quando non c’è altro da fare che un sospirone, riporre i costumi e tirar fuori i vestiti pesanti per ricominciare ad allenarsi. A correre per non sentire il freddo di una cattiva stagione sempre troppo uguale a se stessa. 

E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)


Capisci anche che ci sono tante passioni che potrai far finta di ignorare e abbandonare per anni, ma torneranno sempre. Che sarà inutile dare la colpa alle scuole frequentate, alla città priva di stimoli, alla rovina dell’editoria, agli alieni, all’invasione di cavallette. Perché sai benissimo che il senso di fallimento per non scrivere più è tuo, e tuo soltanto. Non ci sono scuse che tengano. 
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.

Insomma, ottobre è a metà e il mio anno personale è appena iniziato. 
Niente figli, no. Prima c’è da capire come curare me stessa. Mi pare di avere appena imparato a camminare, e di strada ce n’è da farne parecchia. Fatemi trovare un po’ d’acqua, ogni tanto.


Oddio, anche un cocktailino non sarebbe male. Va bene smetto, d’altronde è solo lunedì.




lunedì 21 gennaio 2013





Ho uno sconsiderato amore barra dipendenza barra compulsione nei confronti della tecnologia, lo sapete bene. Rischio di poter stare attaccata al computer anche sei ore di fila, dimenticando le funzioni vitali e le necessità primarie: mangiare, bere, fare la pipì, sbattere gli occhi. Rischiando il distacco della retina, le vertigini e il vomito da inutilità personale quotidiana. Certo, me le cerco: a stento al mattino apro gli occhi che già ho in mano il telefono. Controllino veloce, già da prima di dare alle sinapsi il tempo di svegliarsi, a postafacebookwhatsapp. 
Poi giornali online, Kindle sul comò (quando perderò del tutto l’abitudine a leggere e sfogliare libri, vi prego, VI PREGO, uccidetemi), computer che accendo prima ancora di andare a lavarmi il viso. Ecco. Da qui inizia il baratro. Il baratro del “ma come cazzo ho fatto a stare 6 ore davanti al computer senza fare niente”. Bbbrr, rabbrividiamo, questi sono i veri misteri da proporre a Voyager, altro che gli alieni. Non scherziamo.Comunque il punto non è questo. Cioè, sì, è questo, ma c’è di più. 

LA LOCALIZZAZIONE.


Ecco, io ho accettato anche l’orario di invio e di lettura nella chat di Facebook, ormai è chiaro che la privacy è un accessorio di cui la gente non se ne fa di un cazzo. Sicuramente Zuckerberg l’ha inserito per evitare l’enorme fatica di dover digitare le lettere “guarda, ho letto ciò che mi hai scritto, ma ho più cura di un pomodoro spiaccicato sull’asfalto che di te, quindi ciao”, ma ha anche costretto le persone a trovare nuove strategie per rendersi fintamente offline per alcuni. Insomma, cosa non si fa pur di non dover dare spiegazioni.Però, dicevo. Il vero dramma ha un altro nome, minaccioso al solo pronunciarlo: la localizzazione. Il suo significato è: “hai uno smartphone? Tranquillo. Saprò dire al mondo dove sei e rovinarti qualsiasi piano segreto”. Ecco.


Ma tu metti che uno abbia l’amante. O, semplicemente, che voglia fare una sopresa. O anche solo farsi gli affari suoi e andare dove preferisce, senza necessità impellente di comunicarlo via web. No, non si può. Perchè sei sei rincoglionito come me che dimentico spesso di disattivare questa cazzo di localizzazione, cadi in fallo. È un po’ come passeggiare tra i leoni, capisci, la minima mossa falsa e ZAC, sei fatto a brandelli, mangiato, ruttato e digerito. Burp.E quindi devi essere pronto alle spiegazioni. Alle giustificazioni, alla mistificazione di qualsiasi eventuale ideologia. Perchè non è che devi modificare deliberatamente la realtà: devi comprovarla. Addurre prove e indizi credibili e sperare in qualche divinità superiore. E arrivi a sentirti in colpa, a pensare di essere nel torto, a chiederti perché hai scritto quel commento o sei stato taggato in quello status, a razionalizzare le paure, a condannare l'impulsività e la mancanza di coraggio, fino ovviamente a maledirti e a sentirti orribile e spregevole.


Tutto questo, diciamo, per una persona neghittosa che prova fatica anche ad alzare il telefono per ordinare una pizza, è altamente stressante. Ripetete con me: Zuckerberg, localizza tua sorella.






venerdì 14 settembre 2012





Sono trascorsi tre mesi dall’ultima volta che ho avuto la voglia, il tempo o la pazienza di sedermi con il computer tra le gambe e scrivere.
Però, in mezzo:
  • l’ennesimo cambio di città, di prospettive, di ritmi, di lavoro (?)
  • un’estate trascorsa come a quindici anni. Mare, bagni, amici, risate, bevute (alcoliche, non d’acqua salata), amori perduti e altri rivelati, capelli schiariti dal sole, riccioli gonfi, pensieri sciolti, respiro sereno.
  • una consapevolezza in più. Quella di volersi - e potersi - ritrovare.

Quindi, abbiate pazienza se ho latitato così tanto. Se adesso vi scrivo da una cittadina sperduta in mezzo a girasoli e cipressi (no, non è la nuova pubblicità del Mulino Bianco con Banderas - a proposito, ma perché quel pover’uomo da Zorro è diventato il dissociato che parla con una gallina? perché?), se ho preferito galleggiare come un morto nell’Adriatico invece di scrivere.

Come cercare giustificazioni: MODE ON

Che poi, diciamolo, io le riflessioni che ho fatto gonfiando e sgonfiando la pancia a ritmo sul pelo dell’acqua non le faccio nemmeno sotto la doccia. O quand’ero adolescente (ieri, insomma).
Ok, non me ne ricordo neppure una. È che le avevo trascritte sul telefono, oggetto a me avverso che ogni mese decide di voler essere resettato, così ho perso tutto. Ovviamente.
Però, seguendo la logica delle connessioni, credo che pensassi a quanto tutto, tendenzialmente, sia come galleggiare. Lasciarsi trasportare dalla corrente. Sospendersi. Non avere la percezione reale di quello che c’è intorno. Testa ovattata, corpo abbandonato.
Ok, a leggerle nero su bianco c’è da vergognarsi, quindi facciamo finta che non abbia detto/scritto/pensato niente. Shame on me.

È, tutto questo, un girare intorno al vero nocciolo del problema. Non giudicatemi, altrimenti smettetela di leggere ORA e andate a vedere i video dei gattini su youtube.

Ecco. Il discorso sul lasciarsi trasportare è in funzione del fatto che un pomeriggio tra tanti, come tanti, mia madre entra in camera ed esordisce con la seguente frase: 
“oh, invece di leggere quei mattoni che leggi te, ti ho preso questo, sicuro che ti piace!”
Alzo gli occhi e lo vedo.
Copertina nera, una cravatta grigia, un titolo.
Sì, quello.
Cinquanta sfumature di mer... ehm, di grigio.
Guardo mia madre con gli occhi del terrore. A metà tra l’incredulo e il disgustato. In silenzio, a gesti, glielo faccio appoggiare sul comodino. 
Esce dalla camera, io faccio finta che nulla sia successo, riprendo a ordinare con minuzia certosina le canzoni su iTunes. Però sento che qualcosa è cambiato, una vibrazione nella Forza, una presenza negativa vicino, troppo vicino. Così schiaffo il mac sul letto e lo guardo. Il libro, intendo, lo guardo e lo prendo. Mi dico “ok, conosci il nemico, leggi un paio di pagine, capisci cosa funziona, perché ne sono state vendute milioni di copie, comprendi cosa fa veramente schifo e poi basta, mettilo lì in fondo alla libreria, nascosto dall’enorme peso specifico di Céline e DFW”. 

Solo che. C’è un MA, grosso come una casa. 
Di quel cazzo di libro non ne ho lette solo poche righe. L’ho letto in tre giorni. Tutto.
No, nel senso. Non che mi sia piaciuto. È avvenuta però una strana perversione. 
Insieme a La solitudine dei numeri primi, è il libro più brutto che abbia mai letto. Giuro. Non sarebbe verosimile nemmeno si vivesse nel paese degli asini volanti: lui è un fantomatico miliardario ventisettenne che ha creato il suo impero dal niente, bello come il sole, che guida un elicottero e ha proprietà e aziende in ogni dove; lei una sciacquetta anoressica insignificante, vergine a vent’anni, che vogliono tutti. Ora che ci penso, credo che sia un plagio di Twilight. Comunque. 
Ogni descrizione è fatta di merda. La frase “baci leggeri come piume” è ripetuta ogni paragrafo e mezzo. Le sensazioni descritte sono patetiche, gli scenari incomprensibili, i rapporti di causa/effetto improvvisati. Non c’è linearità, non c’è neppure trasgressione (ora, da che mondo e mondo, dov’è sadomaso il tenere le mani legate mentre si fa sesso? DOVE?). Insomma, è un Harmony, un po’ più dettagliato nella descrizione di una trombata, ma pur sempre un Harmony.

Eppure questa casalinga di Voghera inglese pare che abbia rivoluzionato la trattazione della sessualità in campo letterario. 
Io mi chiedo perché.
Certo, il libro l’ho letto. E anche in fretta, ero come drogata. Però ogni due-tre pagine mi dovevo fermare, fare una faccia disgustata, bestemmiare contro il cattivo gusto della scrittrice e proseguire. Ma in sostanza ha vinto lei.
Ha vinto la mediocrità di un libro spacciato come innovatore.

Il marketing, cosa non può fare.
La masturbazione delle casalinghe, la nuova frontiera del porno.





mercoledì 20 giugno 2012





Che poi, voglio dire.
Avere infinite ore davanti a sé di nulla più totale causa l’assenza di lavoro e un caldo micidiale (la rima non era voluta. chiedo perdono) che farebbe morire una pianta grassa porta a fare un paio di riflessioni.

Vi illustro la situazione.
Sono seduta su un divano di pelle. Seduta è un eufemismo, dato che sono scivolata così in basso (e in tutti i sensi) che immagino non si riesca a distinguere le mie braccia dai braccioli del divano. 
Comunque. Ho, nell’ordine:
  • alla mia sinistra un ventilatore. Fisso. Velocità 3. Indirizzato sulla mia faccia. Da almeno 4 ore.
  • alla mia destra un bicchiere d’acqua ghiacciata. Leggermente frizzante. Giusto leggermente, poi sennò gonfia.  
  • di fronte a me il computer, sulle ginocchia (ma và?). Un po’ più in là l’ennesima lavatrice stesa. Questa però non è la mia, è della coinquilina infermiera (che coup de théatre...)
  • intorno a me, tanto caldo. Troppo. Nemmeno avere le finestre totalmente chiuse e andare per casa a tentoni, sbattendo dappertutto (maledetto cieco, ancora ce l’ho con te, sì, non mi dimentico che ancora devi pagarmi molto di più di quello che mi hai dato), serve a qualcosa.
  • dentro di me, nel cervello, tra i buchi di ricordi e le voragini di speranze, la voglia di fare qualcosa che però continua a rimanere lì, a non concretizzarsi. Castrarsi da soli, il mio nuovo sport preferito.

Ok, avete presente la scenografia?
Bene, adesso pensate al dramma. Il cuore del plot, il fulcro della storia. Al di là dell’insicurezza totale sul futuro, sulla città in cui riuscirò a vivere, sul lavoro (ah, che dolce parola, che meravigliosa e vana illusione, che idillica attività) che farò, il problema è un altro.

L’attesa.
Manco fossi incinta.

Devo aspettare che mi richiamino da quel posto di lavoro.
Devo attendere la risposta per email da quell’altro posto di lavoro.
Devo sperare che da qui a qualche giorno cambi qualcosa.

Insomma, c’è solo da rimettersi nelle mani degli altri.
Sinceramente, è una cosa che non sopporto.
Già nelle mie (dis)avventure sentimentali, bisogna sempre tenerlo presente, ho la costante che tutti mi mollano per tornarsene dalla ex. O qualcosa di simile. 
Insomma, fanno sempre in modo che io non abbia possibilità di scelta, di movimento, di dimostrazione che forse potrebbe funzionare. No, non sia mai, troppo semplice, col cazzo che facciamo in modo di poterci innamorare di te, sei la seconda scelta, ricordatelo sempre (scusate. Mi stavo immaginando gli ex, tutti insieme, camminare verso di me come uno squadrone della morte mentre dicono tutti la stessa frase: “seconda scelta”. Stanotte avrò gli incubi, lo so). 
Dicevo, già c’ho da gestire l’impossibilità di gestire i sentimenti, ora devo anche gestire l’attesa di un lavoro, l’attesa di una risposta, l’attesa di svegliarmi da un letargo che dura da anni.
E, non da meno, l’attesa di scoprire cosa succederà nella mia vita. 





Però concedetemi una domanda spassionata.


Un amore così mi dite un po’ dove si trova? Si compra? Si ordina su internet?

Sempre ad attendere, eh.


domenica 17 giugno 2012





Caldo significa giugno.
Giugno significa matrimoni.
Matrimoni significa bouquet.
Bouquet significa una schiera di pazze isteriche che fanno finta di niente ma che si ucciderebbero pur di prenderlo al volo.

“Oddio no, figuriamoci, io sto in ultima fila, mica lo voglio”
“Non ho bisogno del mazzolino per sapere che presto il mio tesoruccio mi sposerà”
“È solo un gioco, non m’interessa se non sarò io quella a ricevere il bouquet”

E intanto calibrano, studiano, osservano, valutano la possibile gittata dei fiori. Finte si guardano tra loro, tra risatine stridule e tacchi dodici frementi. 
C’è chi sta ferma in un angolo. 
Chi in prima fila, sperando in un lancio debole. 
Chi quasi in fondo, andando avanti e indietro per parlare con le altre pretendenti.

Mi sono sentita Bukowski.
No, non scherzo. Chiaramente vestita meglio, profumata e meno unta di lui; però con la stessa misoginia intrinseca e nemmeno troppo nascosta. C’è da vergognarsi di appartenere alla loro stessa categoria quando si vedono dieci, quindici donzelle tendenzialmente intelligenti e belle incarognirsi come belve per afferrare al volo un po’ di fiori. Con la convinzione di potersi così sposare entro l’anno.

Il buffo è che quelle ragazze sono le stesse che, fino al giorno prima, inveivano contro il matrimonio. Costa troppo! C’è crisi! Non serve sposarsi per essere felici! Viva la convivenza! Che antiquati quelli che si sposano!
E poi schiumano come cani rabbiosi all’idea di perdere il lancio del bouquet.

Badate bene. Io non ho mai negato di volermi sposare. Anzi.
Lasciando perdere il periodo 14-21 anni, ovviamente. Lì ogni cosa che non fosse nera, triste, deprimente, con la parola SOFFERENZA o PATIMENTO impressa sopra non la volevo. Gli anni dark, che meraviglia. Non che ora sia cambiato molto, almeno dal punto di vista dei sentimenti masochistici. Però ecco, facciamo finta di sì.

Mi voglio sposare, fare figli, farmi una casa e tutte quelle belle cose là. Ho una cartella sul computer che è piena zeppa di foto di lustrini, veli, bomboniere, allestimenti di tavoli, fiori, strascichi, bandierine, addobbi e anelli. Una patologica wedding planner in erba. 
Però senza materia prima non è che si possa fare molto. Potrei sposare me stessa, ma già convivo con la mia essenza da 27 anni, direi che va bene così.
Si attende il principe azzurro, insomma. O qualcosa che lontanamente gli somigli. Lontanamente, eh.
Quindi il bouquet lo lascio alle altre. 
È ben più divertente osservare il tutto da fuori.

Io sotto al gazebo, bevendo bicchierini di prosecco che sembrano innocui, ma al quinto iniziano a rallentare la lingua e i movimenti.
Il lancio l’ho visto quando il bouquet è atterrato. 
A trenta centimetri da me. 
È stato lì, congelato e solo, per dei secondi lunghissimi. Il tempo pareva essersi fermato. Era bello, bianco, puro, docile. Apparentemente.
Poi si è scatenato l’inferno. Imbarazzi e illazioni. Scelte di parte e vociare nevrotico.
Disquisizione su chi l'avesse toccato. 

“Guarda che ha beccato me sulla spalla prima di finire a terra”
“In realtà io l’ho sfiorato per ultima”
“Lo deve prendere quella più vicina a dove è caduto”

Alla fine la più furba s’è avvicinata e, semplicemente, l’ha raccolto. Tra le silenziose ingiurie e gli auguri di morte da parte delle altre pretendenti. 

Io, nel mentre, sono andata a riempirmi di nuovo il bicchiere.
Le uniche cose che ho preso sono state due: il tappo dello spumante addosso e una sbronza colossale.

Prosit!



mercoledì 13 giugno 2012




Trovo sia stupefacente la capacità che ho di perdere tempo.
Per dire.
Più di un’ora fa mi sono detta “oh, basta, adesso ricomincio a scrivere. Due cagate eh, giusto per riprendere l’allenamento, per rimanere in forma, avere il fisico perfetto per l’estate" (uhm, in effetti. Dimagrire e scrivere sono due preoccupazioni costanti, negli ultimi giorni. I campi semantici s’intrecciano).

Poi, nel mezzo, ho:

  • pulito il bagno per la terza volta in questa settimana
  • messo in ordine l’armadio
  • sistemato le scarpe in ordine cromatico
  • fatto foto da hipster come una quindicenne, pure un po' da troia
  • parlato/litigato/bestemmiato con mia madre al telefono
  • usato le lenzuola come mantello dell’invisibilità dietro cui nascondermi per proteggermi dall’orrore del mondo, ma si vede che non ha funzionato dato che continuo ad essere appesantita dallo stesso carico di merda
  • aggiunto compulsivamente foto su pinterest, cliccando col mouse alla velocità della luce (tunnel carpale addio)
  • compreso quanto tutto sia abbastanza inutile, dunque forse scrivere qualcosa potrebbe essere l’unico modo per sfogarmi ed evitare di fumare quarantasei sigarette in mezz’ora.

Ognuno ha le proprie peculiarità. Le proprie carte vincenti, un campo in cui eccellere.
Ecco. Io so perdere benissimo il tempo.

(È passata un’altra mezz’ora, ho fatto il caffè, l’ho corretto col latte, ho fumato una sigaretta e, visto che c’ero, ho pure caricato la lavastoviglie. Che donna attiva.)

Pensatela come volete, ma è un’arte. Il procrastinare è mestiere mica da tutti.
Certo, nel mentre perdi buona parte della tua vita a non fare un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Che poi è buffo seguire il percorso. Guardate con me, proprio da lì, dall’inizio.
Io parto gasatissima. Entusiasmo a palla, so che ho le capacità per fare tutto quello che ho in mente. E forse anche meglio di come immagini. In testa è tutto molto chiaro, sempre, i passi da compiere, le riverenze, i volteggi, tutto.
Faccio per passare alla pratica. Qui si rompe qualcosa. È come se il corpo non rispondesse ai comandi. Come se fosse guasta la comunicazione tra pensiero e azione. Una totale disadattata.

Qualcuno, una volta, mi disse che sono un condominio di personalità.
Perfetto, si vede che la maggior parte degli inquilini è una barca di stronzi. Gente che, durante le riunioni, non aspetta altro per attaccar briga.
Tipo la vecchiarda del quinto piano, che insiste a dire di essere vedova, anche se tutti sanno che suo marito è scappato con la ex (una storia vera: le mie ultime relazioni hanno questo plot. Giuro). O il giovine scapolo del primo piano, sempre a fare il grosso, ma che in fondo fa lavori ridicoli solo perché è terrorizzato dal mettersi in gioco. Per non parlare della portinaia: la donna che dovrebbe curare e gestire il palazzo, rendere quieti i rapporti tra il vicinato, ma che invece non fa altro che impicciarsi dei fatti di chiunque. Un modo come un altro per evitare di pensare alla pochezza della propria vita.

Io ho questo condominio, dentro. Ora spiegatemi come posso fare a insegnare a ciascuno di loro la collaborazione per evitare il baratro.
No, spiegatemelo. E visto che ci siete, trovate al giovine un lavoro. E pure a me.

Va bene. Devo smetterla di giocare a The Sims.








Diciamola tutta. 
Spesso e volentieri si tenta di fare qualsiasi cosa per smuoversi, per migliorarsi, per progredire, ma indiscutibilmente si rimane immobili. 
Mosche contro la luce al neon. Capocciate al muro.
Nel senso.

Io ho cambiato tre città. Svariate case. Numerosi lavori (?). Innominabili fidanzati. Parecchi tagli di capelli. Tanti sorrisi con tante lacrime. Il tutto nella convinzione di avvicinarmi sempre di più a un ordine di vita. Una linearità d’intenti, un amalgama di desideri e realtà, un insieme pastoso ed armonioso.

Col cazzo.


No, ma che poi ho appena acceso la televisione. BeautifulKinderDeliceCentovetrineZanzareMariadeFilippiWindParodi. 
M’è venuto il dubbio di essere già all’inferno. 
Però, poi, anche questo mi serve per capire che tutto quello che ho sempre pensato voluto immaginato sognato illuso (illuso, sì, la riflessività è un concetto opinabile) è altro. 

Mi ritrovo a ventisette anni. Cresciuta con tutti quei film e quei libri che ti hanno convinto che, prima o poi, la casa e la famiglia del Mulino Bianco saranno le tue. Che avrai il lavoro figo e la persona giusta accanto. La perfetta forma fisica, il perfetto sorriso bianco da regalare come caramelle in giro. 
Cresciuta con la perfetta convinzione di essere formata. Di avere una certa cultura, una certa dignità. Una posizione, una forma mentis brillante e corretta. Di essere una persona stimabile. Amabile. Più del vino.
Ecco, qui c’è una falla. Non perché si debba amare il vino più di me (dipende dal vino, ecco almeno non paragonatemi a un rosso del Todis, andate su qualcosa di più particolare, un fugato siciliano, un fremente francese, insomma). 
Ma perché, calandomi nella gente, tra la gente ci si accorge sempre che tutto quello che si crede è davvero relativo.

Hai scoperto l’acqua calda, brava cogliona.
No, non ho scoperto l’acqua calda né cose che già non sapessi. Solo che sto andando a un altro livello di ragionamento. Stronzi. 

È che è sempre questione di fiducia. Di correttezza, di onestà. Di forza, se vogliamo.
La forza di mostrarsi. Di-mostrarsi. Senza pretendere di essere altro.
Discorso banalissimo e qualunquista, ma se ci pensate bene, ecco, ci si dimentica sempre. Affannati come siamo da far vedere agli altri di cosa si è capaci, si perde di vista il punto focale. 
Essere. Se stessi. 
Nel proprio delirio e nelle proprie mancanze. Nelle proprie lacune, in tutto quello che non si potrà proprio avere, e in tutto quello che ancora deve arrivare. Senza aver paura. Dato che la paura somiglia un po’ alla storia di Giovannino. 
http://www.webalice.it/claudio.conti8/favole14.htm


Oggi mi è difficile. Dico, essere poco retorica. Ma c’ho rimuginato tutta la notte e tutta la mattina, tra braccia incastrate male, mani addormentate, piedi avvinghiati almeno quanto i pensieri, curricula consegnati a casaccio, risposte ricevute altrettanto a casaccio. 

C’ho pensato, e ho capito che farsi venire il fiatone per correre dietro a chi non gliene frega un cazzo è utile come voler convincere un toscano a diventare vegetariano.
Badate bene: non sto dicendo di non insistere. Di mollare la presa, di rassegnarsi allo svolgersi degli eventi. Al contrario. Sto dicendo di smetterla di essere quello che gli altri vorrebbero che tu fossi.
Essere un po’ meno fichi. E più onesti.

Non si è ancora finito di studiare? Pazienza, hai fatto altro nel mentre. 
Non hai un cristo di lavoro degno, per quanto tu possa avere il potenziale? Continua a cercare.
Non hai ancora una casa tua, un uomo tuo, un progetto serio da perseguire, uno sguardo sicuro con cui osservare il mondo? Meglio, altrimenti sai che noia.

Facciamo finta che sia così. 

Nel mentre, continuo a demolire e costruire me stessa. 
Tentativi svariati, prima o poi s’imbroccherà quello giusto.
Il problema è che più per meno fa meno. La risultante è sempre negativa.
Matematica del cazzo.