giovedì 11 ottobre 2012
Distintamente l'ho sentito. Il campanello d'allarme, dico. Ma, come ogni cosa che può spaventare o buttare al tappeto, ho cognitivamente scelto di ignorarlo. È così che è iniziato tutto: la fine. La fine, era proprio il suo inizio.
Quando sei in giro per locali e, invece di "andiamo", ti pare che la bocca del tuo prode amante abbia detto "ti amo", ecco, sappi che quel momento sarà il punto di non ritorno. Da lì inizieranno i guai, le sfighe, i drammi, il rapido e impietoso declino relazionale.
Non c’è scampo, davvero: c’è da mettere in conto che, quando la propria mente vuole sentire parole totalmente diverse da quelle pronunciate, c’è qualcosa da mettere a posto. Se stessi, in linea di principio.
Non c’è scampo, davvero: c’è da mettere in conto che, quando la propria mente vuole sentire parole totalmente diverse da quelle pronunciate, c’è qualcosa da mettere a posto. Se stessi, in linea di principio.
I problemi di comunicazione non sono mai da sottovalutare. No, non sto parlando di lunghe e sterili disquisizioni su quanto sia arduo imparare il bon ton a tavola o di quando due persone non sanno dare lo scettro di peggior cantante italiano della storia a Vasco Rossi o a Gigi d’Alessio (voto sempre e comunque Vasco Rossi, scusatemi, proprio non ce la faccio), ma proprio di quando ognuno ha preso la propria tangente. Di quando, all’interno della coppia (ok, si, certo, è sempre di coppie e relazioni e sentimenti che sto parlando, d’altronde ho 27 anni e sono vittima di bombardamenti amorosi e ormonali, non ci posso far niente), ognuno crede d’esser chiaro con l’altra metà (della coppia, non della mela o baggianate simili. oddio, devo smetterla di usare le parentesi, è un declino anche questo, anche se questa forma paratattica rappresenta appieno la mia vita, ovvero cose accumulate alla cazzo), quando in realtà figuriamoci se c’è chiarezza o comunicazione.
È come se ognuno dei due parlasse a se stesso. Non c’è ascolto, o almeno non quello vero. Ogni frase, ogni gesto, ogni forma espressiva viene interpretata secondo la propria ottica: se una persona vuole sentirsi amata, ecco, anche - e soprattutto - le parole non dette saranno ottima legna da ardere.
Ho detto “legna da ardere”? Fate finta di niente.
Ho detto “legna da ardere”? Fate finta di niente.
I dolorini al cuore e alla testa iniziano quando, a furia di negare la realtà, a furia di mostrarsi per quello che non si è nella speranza inutile di piacere di più all’altro, succede lo sfacelo. È un po’ come aprire il vaso di Pandora: significa rendersi conto che ognuno è come se fosse uscito con se stesso, trombando se stesso, parlando con se stesso, allisciandosi da solo. Una masturbazione affettuosa. Che finisce con lo sporcare tutto.
Quindi ecco, se non capite cosa dice la personcina che vi fa battere il cuore, annuite sorridendo.
O, nel caso abbiate sufficiente fiducia in voi stessi e coraggio, chiedete “che hai detto, scusa?”
O, nel caso abbiate sufficiente fiducia in voi stessi e coraggio, chiedete “che hai detto, scusa?”
mercoledì 19 settembre 2012
Ci sono dei giorni - come oggi, d’accordo, ma in generale in ogni momento che non sia estate, costellato da depressione sonnolenta, fastidio per qualsiasi cosa abbia vita e capacità solo di muovere il pollice per cambiare canale - in cui si prova un’avversione atavica nei confronti dell’umanità intera. Quando anche il pensare alla propria madre, alla dolce metà al lavoro, alla vicina di casa figa procura un rigurgito di (poco) velato malcontento.
Per evitare di uscire con una lupara e provocare un genocidio, l’unica salvezza è la televisione. Indirizzare l’heine (l’odio chiama odio, cit.) verso quei personaggioni ripieni di botox e imbecillità ignorati da alcuni, adorati da molti, esecrati da me fa sentire davvero, davvero meglio.
Ecco a voi parte di quella schiera di manichini di sesso femminile dal sorriso troppo bianco per risultare credibile che vorrei nel mezzo durante uno scontro no tav/polizia.
BARBARA GULIENETTI
Ora. Io vorrei che qualcuno con una parvenza di minimo senso del gusto provi a spiegarmi come un simile elemento riesca a condurre un programma di successo su RealTime. Lei è: insignificante. Manualmente una schiappa (non approfondiamo l’argomento: scivolare sul porno è semplice). Priva di simpatia. Incapace di creare un ambiente accogliente. Con l’unica capacità di trasformare un semplice oggetto utile in qualcosa di orripilante e, tendenzialmente, disutile (anche questa è opera di mia madre. i neologismi casuali, che meraviglia).
È la mia nuova, meravigliosa valvola di sfogo: maledire lei e le sue borsette fatte con un reggiseno vecchio dà un certo tono.
BENEDETTA PARODI
Io lei credo di odiarla. No, davvero, lei e quel suo buonismo da madre modella di figli monelli modelli nella cucina modella tra piatti modello. Non ci si fa. Valutando che è lì solo perché la sorella è stata un mezzobusto di riferimento (?), credo di considerare il suo spessore uguale a quello di una crêpe.
La cosa grave è che mia madre ha comprato il suo libro (sì, compra solo libri in vetta alla classifica: tra le 50 sfumature e questo si dimostra la perfetta cinquantenne italiana) e posso assicurare che le sue ricette sono prive di gusto. Mangiare una galletta di riso ha più dignità.
MANUELA MORENO
Ogni volta che guardo il Tg2, i miei occhi non possono fare a meno di rimanere ipnotizzati dal suo labbro superiore. Insomma, quel salsicciotto di silicone immobile che sta appoggiato sotto il naso. È più forte di me, non ascolto nemmeno ciò che dice, il televisore mostra solo quel dettaglio.
L’altro giorno, per dire, sopra il labbro aveva tre puntini bianchi. Uno due tre. Credo ognuno per ogni siringa di botulino fatta poco prima.
Immagino che non riesca bene a farsi il bagno: starà a galla più di una Barbie. Favolosa, senz’ombra di dubbio.
BARBARA D’URSO
Lei è l’emblema delle presentatrici tv, la matrigna di Biancaneve, la strega della Bella Addormentata. La donna che mangia sulla tragedie altrui, colei che sicuramente nasconde cipolle sotto lo sgabello da tirar fuori quando non è inquadrata per poter piangere a comando, la signora che ha reso l’ipocrisia l’unico dogma della propria vita. E che fa espressioni così poco credibili che persino gli attori (?) di Centovetrine potrebbero vincere un Oscar.
Ecco, io a lei auguro che le si sciolga la faccia. Non solo il trucco quando fa finta di commuoversi.
Ok, la botta di acidità giornaliera è terminata. Ora sto meglio.
venerdì 14 settembre 2012
Sono trascorsi tre mesi dall’ultima volta che ho avuto la voglia, il tempo o la pazienza di sedermi con il computer tra le gambe e scrivere.
Però, in mezzo:
- l’ennesimo cambio di città, di prospettive, di ritmi, di lavoro (?)
- un’estate trascorsa come a quindici anni. Mare, bagni, amici, risate, bevute (alcoliche, non d’acqua salata), amori perduti e altri rivelati, capelli schiariti dal sole, riccioli gonfi, pensieri sciolti, respiro sereno.
- una consapevolezza in più. Quella di volersi - e potersi - ritrovare.
Quindi, abbiate pazienza se ho latitato così tanto. Se adesso vi scrivo da una cittadina sperduta in mezzo a girasoli e cipressi (no, non è la nuova pubblicità del Mulino Bianco con Banderas - a proposito, ma perché quel pover’uomo da Zorro è diventato il dissociato che parla con una gallina? perché?), se ho preferito galleggiare come un morto nell’Adriatico invece di scrivere.
Come cercare giustificazioni: MODE ON
Che poi, diciamolo, io le riflessioni che ho fatto gonfiando e sgonfiando la pancia a ritmo sul pelo dell’acqua non le faccio nemmeno sotto la doccia. O quand’ero adolescente (ieri, insomma).
Ok, non me ne ricordo neppure una. È che le avevo trascritte sul telefono, oggetto a me avverso che ogni mese decide di voler essere resettato, così ho perso tutto. Ovviamente.
Però, seguendo la logica delle connessioni, credo che pensassi a quanto tutto, tendenzialmente, sia come galleggiare. Lasciarsi trasportare dalla corrente. Sospendersi. Non avere la percezione reale di quello che c’è intorno. Testa ovattata, corpo abbandonato.
Ok, a leggerle nero su bianco c’è da vergognarsi, quindi facciamo finta che non abbia detto/scritto/pensato niente. Shame on me.
È, tutto questo, un girare intorno al vero nocciolo del problema. Non giudicatemi, altrimenti smettetela di leggere ORA e andate a vedere i video dei gattini su youtube.
Ecco. Il discorso sul lasciarsi trasportare è in funzione del fatto che un pomeriggio tra tanti, come tanti, mia madre entra in camera ed esordisce con la seguente frase:
“oh, invece di leggere quei mattoni che leggi te, ti ho preso questo, sicuro che ti piace!”
Alzo gli occhi e lo vedo.
Copertina nera, una cravatta grigia, un titolo.
Sì, quello.
Cinquanta sfumature di mer... ehm, di grigio.
Guardo mia madre con gli occhi del terrore. A metà tra l’incredulo e il disgustato. In silenzio, a gesti, glielo faccio appoggiare sul comodino.
Esce dalla camera, io faccio finta che nulla sia successo, riprendo a ordinare con minuzia certosina le canzoni su iTunes. Però sento che qualcosa è cambiato, una vibrazione nella Forza, una presenza negativa vicino, troppo vicino. Così schiaffo il mac sul letto e lo guardo. Il libro, intendo, lo guardo e lo prendo. Mi dico “ok, conosci il nemico, leggi un paio di pagine, capisci cosa funziona, perché ne sono state vendute milioni di copie, comprendi cosa fa veramente schifo e poi basta, mettilo lì in fondo alla libreria, nascosto dall’enorme peso specifico di Céline e DFW”.
Solo che. C’è un MA, grosso come una casa.
Di quel cazzo di libro non ne ho lette solo poche righe. L’ho letto in tre giorni. Tutto.
No, nel senso. Non che mi sia piaciuto. È avvenuta però una strana perversione.
Insieme a La solitudine dei numeri primi, è il libro più brutto che abbia mai letto. Giuro. Non sarebbe verosimile nemmeno si vivesse nel paese degli asini volanti: lui è un fantomatico miliardario ventisettenne che ha creato il suo impero dal niente, bello come il sole, che guida un elicottero e ha proprietà e aziende in ogni dove; lei una sciacquetta anoressica insignificante, vergine a vent’anni, che vogliono tutti. Ora che ci penso, credo che sia un plagio di Twilight. Comunque.
Ogni descrizione è fatta di merda. La frase “baci leggeri come piume” è ripetuta ogni paragrafo e mezzo. Le sensazioni descritte sono patetiche, gli scenari incomprensibili, i rapporti di causa/effetto improvvisati. Non c’è linearità, non c’è neppure trasgressione (ora, da che mondo e mondo, dov’è sadomaso il tenere le mani legate mentre si fa sesso? DOVE?). Insomma, è un Harmony, un po’ più dettagliato nella descrizione di una trombata, ma pur sempre un Harmony.
Eppure questa casalinga di Voghera inglese pare che abbia rivoluzionato la trattazione della sessualità in campo letterario.
Io mi chiedo perché.
Certo, il libro l’ho letto. E anche in fretta, ero come drogata. Però ogni due-tre pagine mi dovevo fermare, fare una faccia disgustata, bestemmiare contro il cattivo gusto della scrittrice e proseguire. Ma in sostanza ha vinto lei.
Ha vinto la mediocrità di un libro spacciato come innovatore.
Il marketing, cosa non può fare.
La masturbazione delle casalinghe, la nuova frontiera del porno.
venerdì 29 giugno 2012
Nel mentre che la mia pancia sta totalmente spellandosi e io tento di sopperire spalmandovi crema inutile (alle soglie dei trent’anni non è male non saper ancora prendere il sole, sembro un serpente viscido e scivoloso), riflettevo sui primi baci.
È ormai evidente che questo mio blog sia più per gli adolescenti che per i giovani uomini e le giovani donne attanagliati da crisi e peli superflui.
Ma tornate qui, non cancellatelo dai preferiti, continuate invece a diffonderlo nell’aere come una simpatica distrazione.
Perché i baci a cui faccio riferimento non sono quelli di quando avevamo 13, 14 anni. Ed eravamo a scoprire i primi sapori, a riconoscere le salive altrui come qualcosa di estraneo. Al mare, di notte, con la sabbia che entrava tra i capelli e i granelli a mischiarsi con la lingua.
Non quelli. Ma quelli di oggi.
Se ci pensate, è ben peggio.
Allora c’era la voglia di sperimentare, la curiosità di capire.
Oggi c’è ansia da prestazione e indecisione su come potrà andare dopo.
Una cara persona ha detto, una volta, che “non è mai il momento giusto per un primo bacio”.
Io credo che il problema sia tutto quello che ne consegue.
“Se ci baciamo adesso finiamo a letto, è inevitabile, no non è il caso, ho le mutande di Hello Kitty”
“Ho l’alito che sa di birra e sigarette, non ho neppure un chewing-gum, se lo bacio lo faccio svenire”
“E se poi bacia male? E se sbava?”
“Dove? Mi appoggio al muro? Guardo un punto a caso davanti a me? Lo fisso fino al momento in cui prende coraggio? Vado io?”
Non c’è mica da sottovalutare l’attimo prima del primo bacio. O del suo tentativo.
L’ansia taglia le gambe, gli ormoni volano bassi (l’altezza è quella inguinale). Non si riesce a guardarsi negli occhi, ancor meno a non far sudare le mani.
Si torna all’adolescenza, non c’è dubbio. Mancherebbero solo gli apparecchi per i denti.
Però dopo, mentre finalmente ci si bacia, viene da ridere. Come se ci si fosse del tutto scoperti: si possono confessare le cose peggiori, i pensieri più assurdi, tanto ormai il grosso è stato fatto. Niente c’è di più intimo d’un bacio.
Poi c’è un momento di pausa. Una bolla di sapone che si rompe. La realtà che torna a insinuarsi, il saturo delle emozioni svanisce. E rimane solo la preoccupazione lieve per quello che sarà dopo, per quello che potrà nascere oppure no. L’attesa dell’indeterminato.
E poi. E poi ci sono le storie intrecciate, quelle dove non c’è niente di chiaro, quelle che partono per caso e continuano ancora più per caso. Magari nel mentre incontri altre persone, ne recuperi altre dal calderone del passato, ne confronti i termini e tenti di tirare le somme. Non riuscendoci.
Io a matematica avevo 4 fisso, non è che sappia fare i conti con le questioni d’amore. Proprio no, non ci sperate neppure, al limite so farvi un paio di sottrazioni di dignità.
È buffo. I primi baci sono brutti. Non c’è sincronia, non c’è un grande trasporto. Solo una gran voglia di sciogliere quei nodi e quelle distanze accumulate nel tempo.
Il nodo è allo stomaco, ovviamente. E le distanze ormai nulle.
Almeno per il momento.
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About Me
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.
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