giovedì 17 ottobre 2013
Lavare la macchina, soprattutto il suo interno, per una donna spesso corrisponde ad azione così pesante e drammatica da essere procrastinata fino a data da definirsi.
Incredibile come le abitazioni femminili siano intonse e linde come una sala d’ospedale, e come le macchine di proprietà ginecetica siano paragonabili al secchio della monnezza.
Io, solitamente, lavo l’auto - se va bene - una volta all’anno.
L’esterno non è un problema: ci pensa la pioggia. L’unico inconveniente possono essere le malefiche cacche dei malefici piccioni, ma con una rapida passata di tubo di gomma - e successiva grattugiata con spugna - passa la paura.
L’interno, l’interno è argomento a parte.
Per rimandare il lavaggio a lunedì ventordici uso le seguenti scuse, spesso anche tutte insieme:
- non ho tempo. Devo frequentare un corso di yoga/riposare gli occhi/distendermi un’ora/andare in libreria/cercare ginger ale in tutta la città
- eh, tanto sta per piovere, che senso ha pulirla?
- non so dove ho messo l’aspirapolvere
- ho finito il Vetril
- macchè, è a posto, basta soffiare via un po’ di cenere ed è come nuova
Tutto questo riesce a ridurre un’automobile più simile a una discarica che a un mezzo di trasporto.
Ricordo la macchina di una mia insegnante al liceo: appoggiando il viso al finestrino, ovviamente sporco di uno strato di polvere che nemmeno nelle case abbandonate, si potevano vedere relitti di confezioni di Crispy McBacon, volantini dell’Ipercoop, bottiglie di plastica, buste di carta, multe non pagate, cappotti dell’inverno precedente, un cuscino, trucchi sparsi, pacchetti di sigarette vuoti, libri senza più copertina.
Probabilmente viveva lì dentro, a pensarci bene.
Giurai che quella non sarebbe stata la mia fine. È altresì ovvio che stia facendo di tutto per diventare come lei, ma tant’è.
Poi arriva il momento in cui la dignità prende il sopravvento, principalmente perché si teme che, nel fare anche solo un breve tragitto in auto, si possa rischiare di sporcare il vestito appena lavato solamente poggiando il culo sul sedile.
Così ci si arma di tutto l’occorrente. Rassegnazione, aspirapolvere, panno, detergente, sgrassatore, secchio della spazzatura. Molto grande, ecco.
La pulizia, se fatta una volta all’anno come da prescrizione, regala infinite sorprese.
Avete presente quella spilla che era della povera nonna, persa chissà dove, a cui avete pensato per molti giorni? Molto bene. Era sotto il sedile. E quella sigaretta elettronica, creduta smarrita in un locale dopo l’ennesima serata di baldoria? Avevate dimenticato di controllare tra i cd. Senza tralasciare le forcine, gli orecchini, gli occhiali da sole. Gli accendini. Funzionanti, per lo più. E i soldi. Così tante monete da avere abbastanza credito per un sabato sera.
Dopo un’oretta, la macchina torna ad avere una parvenza di normalità. Non sa più di portacenere bagnato, si può toccare la radio senza doversi pulire il dito sporco di polvere, è possibile sedersi anche dietro senza dover scrostare sedimentazioni di buste, ombrelli e maglioni.
Ma non v’illudete: l’entropia è sempre dietro l’angolo.
mercoledì 16 ottobre 2013
Una cosa che mai riuscirò a comprendere è perché la natura abbia creato degli animali in grado di strisciare, nascondersi negli angoli e fare CROC quando li schiacci.
Voglio dire. Tutti amano i gattini, tutti si struggono vedendo un cucciolo di panda o una giraffa nell’atto di allungare il collo per mangiare le foglie. Allo stesso modo, ogni donna perde dieci anni di vita ogni volta che uno scarafaggio si sposta da sotto il frigorifero al battiscopa o una cavalletta marroncina atterra con nonchalance vicino al piatto in cui la gentil fanciulla mangia, d’estate.
Non so cosa scatti, quale atavica paura prenda il sopravvento, in quale mostro alieno ci siamo convinte che possa trasformarsi ogni insetto se entro cinque secondi non viene ucciso. Fatto sta che questa è una piaga sociale con dei risvolti invalidanti.
Io, per dire, amo la campagna.
La possibilità di svegliarmi in un luogo da cui non si sente il traffico delle strade, dove la sera d’estate c’è il rumore dei grilli e, nei pomeriggi domenicali, vecchi alberi sotto cui sdraiarsi a leggere. Un sogno è riuscire ad avere un vecchio casolare da rimettere a posto, un giardino enorme con fiori, gazebo, ulivi e un ruscello (non rompete le balle, almeno nei sogni non voglio risparmiarmi nulla).
Però. Però c’è un problema. Il fatto che quel casolare non sarà mai di mia proprietà, ma sarò sempre inquilina dei veri padroni: i ragni.
Per capire che effetto mi fanno, vi illustro una scena capitata non troppi giorni fa. Non farò nomi, la privacy delle persone coinvolte è importante. Sono pur sempre donne con una certa reputazione da difendere. Sempre che non vi siano insettacci nei paraggi.
Lunedì di fine estate. Tempo che volge al brutto, nuvole scure, umore pessimo. Per non rischiare di buttarmi sotto all’espresso delle 4 (cit.), con M.G.G. vado a casa di F.C. per vedere un film, fumare quarantasette sigarette, staccare il cervello e non sentirmi più sola nel mio mare di disagio.
Serata tranquilla, tutto nella norma. Fino al momento del congedo.
Prendo il paltò, lo indosso, mi accingo alla macchina insieme a M.G.G. e chiudo la portiera. Sento qualcosa in mano, mi convinco che sia un filo tirato del cappotto, apro il palmo e lo vedo.
È lì, mi osserva, con tutti quegli occhi, con tutti quei peli bianchi. Un attimo durato cent’anni, i minuti successivi dentro una bolla d’autismo.
Urlo. In tre secondi netti riesco a:
- aprire la portiera e scapicollarmi fuori
- togliermi il cappotto, sempre continuando a urlare
- addossarmi meglio di un geco alla porta d’ingresso di F.C., battendo disperata il pugno implorandola di farmi entrare.
Lei s’affaccia, occhio del terrore, e dal fondo delle scale osserva la seguente scena.
M.G.G., presa dal panico nel vedere me uscire di senno, mi fa da controcanto nella sequela di schiamazzi e, non paga, si sente camminare il ragno addosso. Così, saltellando per entrare in casa, si denuda del sotto della tuta, rimanendo in maglietta, mutande e Superga. rigorosamente bianche.
Io, ormai con il cervello abbuiato, finisco di spogliarmi e, dopo essermi nascosta dietro la poltrona, capisco in un guizzo di lucidità che non è luogo sicuro e decido d’arrampicarmi sopra il piano della cucina. Su cui sto appollaiata per dieci minuti buoni. Fino al momento in cui F.C., avendo vissuto la scena in maniera indiretta, comprende la gravità dell’evento e si arma di una bottiglia d’acqua, un rotolo di carta igienica e il catalogo di Mondo Convenienza. Quello con la costola dura, potente e pesante come un mattone. Tutto molto inutile, o quasi.
Ci consiglia di rivestirci: il nemico potrebbe ancora essere nell’abitacolo dell’auto.
Dall’alto della nostra esperienza io e M.G.G. annuiamo, recuperiamo gli abiti e, trasformando i telefoni in torce, controlliamo la macchina. Il tutto urlando in silenzio: il panico non se ne va da un istante all’altro, e che cazzo. Ma i vicini dormono, quindi c’è da chetarsi.
Lo vedo di nuovo. Lui torna a guardarmi con quegli occhi impertinenti, fa un cenno di sfida e si nasconde tra il sedile e la cintura di sicurezza.
Nessuna delle tre sa come procedere. Ho di nuovo un attimo di autismo in cui mi accascio al suolo ondeggiando per pochi secondi, che serve però per farmi trovare il coraggio necessario a farlo.
A fargli fare CRAC. Col catalogo piantato di traverso.
Immagino che i resti di quel mostruoso essere siano ancora nella macchina.
Ma, almeno, ce n’è uno in meno.
martedì 15 ottobre 2013
Non scherziamo, non stiamo mica parlando di quisquilie. Siamo andati a toccare un mostro sacro, un elemento imprescindibile, una pilastro nel fiume in piena delle vacuità.
Togliere lei da una delle soap più longeve e affidabili nella storia della tivù - solo Sentieri la supera - è come togliere a ogni donna, a ogni ragazzina, a ogni essere umano con una parte femminile sufficientemente sviluppata la terra da sotto i piedi.
Facciamo un passo indietro. È necessario per farvi capire questo mio ingestibile choc che si va a riversare anche su tutti gli altri aspetti della mia vita, dalla fiducia in un futuro migliore alla costruzione stabile di una famiglia.
Io, da quando ho memoria, ho sempre collezionato soap opera. Colpa di mia madre che, fin dalla più tenera età, m’infarciva la testa e gli occhi di pipponi melodrammatici ed enfatici (poi ci si chiede perché la mia vita sentimentale sia bucata e sfranta come una camera d’aria).
Dallas, Santa Barbara, Un posto al Sole le più accreditate. Ma nel mio immaginario, nel mio immaginario vi è una telenovela che si è incisa a fuoco: EDERA. Poche puntate per una lacrimevole e travagliatissima storia d’amore, con tanto di abbandoni, perdite di memoria, tradimenti e perdoni. ‘Na roba atroce.
Poi la madre era anche una finta cieca. Adesso mi è chiaro perché lo scorso anno, lavorando dal ciecodimerda © a Bologna, fossi così intrinsecamente disturbata.
Senza altresì cincischiare, seguitemi. Immaginate una bambina di otto anni circa. Capelli a caschetto, occhiali tondi dalla montatura rossa di metallo, una spiccata passione per i libri di Roald Dahl e con un numero spaiato di scarpe per le Barbie. Adesso collocate questa bella bimba in una camera grande e spaziosa, con un letto dalla testata bianca e rosa, un armadio con tanti vestiti colorati, innumerevoli fotografie di sé neonata e grassa appese alle pareti e una televisione regalata dalla nonna per la Comunione. Molto bene. Sappiate che quella televisione, ufficialmente di proprietà della bambina, poteva essere guardata solo in compagnia della madre. Che, dopo cena, si poneva indiscriminatamente sulla poltrona vicino al letto della piccola e, impugnando con alterigia il telecomando, si sintonizzava su Canale 5. Sulla sigla di Amedeo Minghi faceva durare le lamentele della povera vittima, ovvero io, quanto il bercio d’un gatto (cit.).
L’aspetto veramente drammatico è un altro. Queste telenovele serali le ho viste tutte a metà, ovvero fino alle 21,30. Perché, scattata quella nefasta ora, mia madre abbassava di tre tacche il volume e mi intimava con cinque lettere: “DORMI”.
Ho imparato a dormire con il faro di uno schermo televisivo puntato contro, le voci enfatiche dei doppiatori italiani che si accusavano l’un l’altra, una madre sorda ai bisogni della figlia di fronte a una soap opera. E, nonostante questo, ho imparato a crescere felice.
Più o meno.
Sempre che non si parli di telenovele. E di personaggi cattivi delle soap.
Sheila per esempio: chi mai potrà dimenticarsi di quella pazza scatenata che, nel pieno delirio d’onnipotenza, rapisce le figliolette di Taylor e Ridge e minaccia di ucciderle? Chi potrà rimuovere dalla mia memoria lo stupro di Giulia Poggi?
Insomma, non giudicatemi se c’ho messo un po’ a riprendermi dalla morte di Stephanie.
Sono colpi grossi.
lunedì 14 ottobre 2013
Sono mesi che parlo di figli e sono mesi che non aggiorno il blog.
No, non c’è da preoccuparsi, i due aspetti non sono minimamente collegati.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls.
Certo, è evidente che sia in piena età fertile, in piena tempesta ormonale che manco lo tsunami, in piena vita da quasi-trentenne-quasi-normale. Una sorta di giovane donna che non ha un equilibrio, non ha un lavoro - ebbene sì, passano i mesi e cadono le foglie, e io sono sempre qui a non fare nulla - e tantomeno una parvenza di compostezza. Sembro la potenziale eroina di una canzone di Vasco Brondi, ma cosa dico, di un libro di Franzen, ma cosa dico, di un film di Wes Anderson, ma cosa dico, della nuova stagione di Girls.
Col cazzo.
Mi divido tra storie d’amore andate a male e curricula Europass da inviare con una serialità degna di un assassino. Tra risate e amici nuovi, cambi di armadio e cambi di pettinature, analisi del sangue e analisi della propria vita.
È ottobre e questa è la stagione perfetta per fare i conti con se stessi. Per me il vero anno inizia adesso, in autunno, di ritorno dalle vacanze e con il cuore e gli occhi ancora proiettati verso la coda dell’estate. Quando non c’è altro da fare che un sospirone, riporre i costumi e tirar fuori i vestiti pesanti per ricominciare ad allenarsi. A correre per non sentire il freddo di una cattiva stagione sempre troppo uguale a se stessa.
E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)
E poi. E poi le cose cambiano. Inizi a capire che l’inverno è un’occasione per lavorare su di sé, che la frenesia non è giusto averla solo da maggio ad agosto. Che il lavoro arriverà, prima o poi - mese più, mese meno, tanto sono anni che sono nel limbo della disoccupazione occupata - e che gli amori falliti sono niente più che lo specchio di bancarotte personali. Che ripartire da se stessi non è così male, basta avere intorno amici stupidi e insostituibili e dentro la sicurezza di potercela fare. Che continuare a pensare di poter scappare all’estero è una stronzata da diciottenni, e se non l’hai fatto allora, adesso è totalmente inutile. Che piangersi addosso è passato di moda insieme alla ciniglia. Che la cura per tanti piccoli drammi quotidiani è una sana risata a bocca aperta, e anche l’alcool certo. Sotto forma di White Russian al momento, insomma inizia a far freddo e il cetriolo lo relego all’estate (sarà bene specificare, intendo il cetriolo come decorazione per il Moscow Mule. Maniaci.)
Capisci anche che ci sono tante passioni che potrai far finta di ignorare e abbandonare per anni, ma torneranno sempre. Che sarà inutile dare la colpa alle scuole frequentate, alla città priva di stimoli, alla rovina dell’editoria, agli alieni, all’invasione di cavallette. Perché sai benissimo che il senso di fallimento per non scrivere più è tuo, e tuo soltanto. Non ci sono scuse che tengano.
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.
Poi arrivano certi amici nuovi. Così nuovi che ancora hanno il cartellino, che vedi come fantastici ma ancora devi capire dove collocarli. E sono proprio loro che ti consigliano di riprendere a scrivere, di non fare stronzate e di continuare. Con così tanta semplicità da farti vergognare per aver smesso.
Insomma, ottobre è a metà e il mio anno personale è appena iniziato.
Niente figli, no. Prima c’è da capire come curare me stessa. Mi pare di avere appena imparato a camminare, e di strada ce n’è da farne parecchia. Fatemi trovare un po’ d’acqua, ogni tanto.
Oddio, anche un cocktailino non sarebbe male. Va bene smetto, d’altronde è solo lunedì.
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About Me
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.
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