domenica 17 giugno 2012
Caldo significa giugno.
Giugno significa matrimoni.
Matrimoni significa bouquet.
Bouquet significa una schiera di pazze isteriche che fanno finta di niente ma che si ucciderebbero pur di prenderlo al volo.
“Oddio no, figuriamoci, io sto in ultima fila, mica lo voglio”
“Non ho bisogno del mazzolino per sapere che presto il mio tesoruccio mi sposerà”
“È solo un gioco, non m’interessa se non sarò io quella a ricevere il bouquet”
E intanto calibrano, studiano, osservano, valutano la possibile gittata dei fiori. Finte si guardano tra loro, tra risatine stridule e tacchi dodici frementi.
C’è chi sta ferma in un angolo.
Chi in prima fila, sperando in un lancio debole.
Chi quasi in fondo, andando avanti e indietro per parlare con le altre pretendenti.
Mi sono sentita Bukowski.
No, non scherzo. Chiaramente vestita meglio, profumata e meno unta di lui; però con la stessa misoginia intrinseca e nemmeno troppo nascosta. C’è da vergognarsi di appartenere alla loro stessa categoria quando si vedono dieci, quindici donzelle tendenzialmente intelligenti e belle incarognirsi come belve per afferrare al volo un po’ di fiori. Con la convinzione di potersi così sposare entro l’anno.
Il buffo è che quelle ragazze sono le stesse che, fino al giorno prima, inveivano contro il matrimonio. Costa troppo! C’è crisi! Non serve sposarsi per essere felici! Viva la convivenza! Che antiquati quelli che si sposano!
E poi schiumano come cani rabbiosi all’idea di perdere il lancio del bouquet.
Badate bene. Io non ho mai negato di volermi sposare. Anzi.
Lasciando perdere il periodo 14-21 anni, ovviamente. Lì ogni cosa che non fosse nera, triste, deprimente, con la parola SOFFERENZA o PATIMENTO impressa sopra non la volevo. Gli anni dark, che meraviglia. Non che ora sia cambiato molto, almeno dal punto di vista dei sentimenti masochistici. Però ecco, facciamo finta di sì.
Mi voglio sposare, fare figli, farmi una casa e tutte quelle belle cose là. Ho una cartella sul computer che è piena zeppa di foto di lustrini, veli, bomboniere, allestimenti di tavoli, fiori, strascichi, bandierine, addobbi e anelli. Una patologica wedding planner in erba.
Però senza materia prima non è che si possa fare molto. Potrei sposare me stessa, ma già convivo con la mia essenza da 27 anni, direi che va bene così.
Si attende il principe azzurro, insomma. O qualcosa che lontanamente gli somigli. Lontanamente, eh.
Quindi il bouquet lo lascio alle altre.
È ben più divertente osservare il tutto da fuori.
Io sotto al gazebo, bevendo bicchierini di prosecco che sembrano innocui, ma al quinto iniziano a rallentare la lingua e i movimenti.
Il lancio l’ho visto quando il bouquet è atterrato.
A trenta centimetri da me.
È stato lì, congelato e solo, per dei secondi lunghissimi. Il tempo pareva essersi fermato. Era bello, bianco, puro, docile. Apparentemente.
Poi si è scatenato l’inferno. Imbarazzi e illazioni. Scelte di parte e vociare nevrotico.
Disquisizione su chi l'avesse toccato.
“Guarda che ha beccato me sulla spalla prima di finire a terra”
“In realtà io l’ho sfiorato per ultima”
“Lo deve prendere quella più vicina a dove è caduto”
Alla fine la più furba s’è avvicinata e, semplicemente, l’ha raccolto. Tra le silenziose ingiurie e gli auguri di morte da parte delle altre pretendenti.
Io, nel mentre, sono andata a riempirmi di nuovo il bicchiere.
Le uniche cose che ho preso sono state due: il tappo dello spumante addosso e una sbronza colossale.
Prosit!
mercoledì 13 giugno 2012
Quando inizio a dire che ho sbagliato epoca in cui vivere, la gente alza gli occhi al cielo.
Per carità, in qualsiasi tempo fossi nata avrei sempre avuto da rompere e lamentarmi, però magari un paio di turbe psicotiche me le sarei risparmiate.
Lo so. Ho un rapporto con la tecnologia che spesso è morboso e a tratti impuri. Toglietemi il telefono con collegamento a internet e sarà come togliere il bastone a un cieco (prima o poi il trauma per questa categoria di disabili mi passerà. Non adesso, però, al momento continuo a odiarli).
Ma se fossi vissuta, per dire, a fine Ottocento, non avrei avuto l'angoscia di dover rispondere al cellulare a numeri sconosciuti.
No, me ne rendo conto.
Voler fare, tra le altre cose, la giornalista barra l’addetta stampa barra l’editor comporta di stare a bagno nella comunicazione. Di avere il telefono come estensione dell’arto. Di basare la propria giornata sul contatto con la gente, e non tentare di rifuggire qualsiasi esperienza diretta con sconosciuti.
Io, quando devo telefonare anche solo per prenotare una pizza, entro nel panico. Mi vergogno. La voce mi diventa strana, inizio a impostarmi, a recitare mentalmente una parte di cui non ricordo le battute. Mi impappino, la metà delle volte riattacco il telefono e faccio finta di niente. Non cenando, o cambiando direttamente menu.
Al lavoro poi (cioè, quando ancora avevo un lavoro, me misera me tapina), quando oltre al dialogo c’è anche da curare la parte che prevede il prendere appunti, ecco, lì vorrei essere altrove. Proprio dall’altra parte del mondo, eh. Entro così nel pallone che spesso scrivo quello che dovrei dire invece di ascoltare la risposta dell’interlocutore. Un genio assoluto.
Inizio a capire il motivo per cui sono stata licenziata.
Uhm.
Vi devo confessare che, quando la gente suona a casa, tiro fuori il peggio di me.
Se non aspetto nessuno, io non apro la porta.
Sì sì, faccio proprio come i vecchi. Evito di rispondere al citofono, faccio finta che in casa non ci sia nessuno, mi butto sotto il letto, mi distendo per terra facendo finta di essere morta, mi nascondo dentro l’armadio. Non ho dignità. Piuttosto che trovarmi di fronte uno sconosciuto dotato di parola e desideri comunicativi, ecco, preferisco stare nella vasca da bagno. Senz’acqua. Facendo movimenti autistici. Per almeno mezz’ora.
Nell’Ottocento non ci sarebbero stati tutti questi problemi.
Voglio dire, allora non esisteva questo gran numero di telefoni. Io, in quanto grafomane specializzata, sarei stata felice come pochi. La gente si scriveva. Mandava telegrammi, lettere, piccioni viaggiatori, segnali di fumo, messaggi in codice nascosti nelle cartoline illustrate. Ma non telefonava. E tantomeno si presentava a casa di qualcuno senza preavviso, anche solo per controllare il gas o la caldaia. Non c’erano di questi problemi.
Siamo d’accordo, c’era di peggio. Tipo il colera o la sifilide. E la mia convinzione che io, di sifilide, ci sarei morta sicuro.
Però, almeno, c’era una certa dose di inconsapevolezza. Di fatalità, di mistero. Di “che cazzo vuoi che ne sappia adesso? Se son rose fioriranno” e amenità simili.
Mica come oggi.
Con facebook e i social network in genere, sono più informata della CIA. Indago sulle cose che m’interessano (sulle persone, ok, lo ammetto, non iniziate a puntare il dito, siete come me) e non c’è proprio il rischio di sbagliare.
Di fare tutto da soli, quello sì.
Decidendo a tavolino, tra il mangiarsi le unghie e fumare sigarette, di cancellare per sempre dalla propria vita quella persona. O di eleggere quell’altra a unico e imperituro amore. (Fino a quello successivo, s’intende)
Un branco di compulsivi.
Ora scusate, devo aggiornare il blog, scrivere una mail a un giornalista, controllare LinkedIn e rispondere a un paio di commenti su facebook.
Trovo sia stupefacente la capacità che ho di perdere tempo.
Per dire.
Più di un’ora fa mi sono detta “oh, basta, adesso ricomincio a scrivere. Due cagate eh, giusto per riprendere l’allenamento, per rimanere in forma, avere il fisico perfetto per l’estate" (uhm, in effetti. Dimagrire e scrivere sono due preoccupazioni costanti, negli ultimi giorni. I campi semantici s’intrecciano).
Poi, nel mezzo, ho:
- pulito il bagno per la terza volta in questa settimana
- messo in ordine l’armadio
- sistemato le scarpe in ordine cromatico
- fatto foto da hipster come una quindicenne, pure un po' da troia
- parlato/litigato/bestemmiato con mia madre al telefono
- usato le lenzuola come mantello dell’invisibilità dietro cui nascondermi per proteggermi dall’orrore del mondo, ma si vede che non ha funzionato dato che continuo ad essere appesantita dallo stesso carico di merda
- aggiunto compulsivamente foto su pinterest, cliccando col mouse alla velocità della luce (tunnel carpale addio)
- compreso quanto tutto sia abbastanza inutile, dunque forse scrivere qualcosa potrebbe essere l’unico modo per sfogarmi ed evitare di fumare quarantasei sigarette in mezz’ora.
Ognuno ha le proprie peculiarità. Le proprie carte vincenti, un campo in cui eccellere.
Ecco. Io so perdere benissimo il tempo.
(È passata un’altra mezz’ora, ho fatto il caffè, l’ho corretto col latte, ho fumato una sigaretta e, visto che c’ero, ho pure caricato la lavastoviglie. Che donna attiva.)
Pensatela come volete, ma è un’arte. Il procrastinare è mestiere mica da tutti.
Certo, nel mentre perdi buona parte della tua vita a non fare un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Che poi è buffo seguire il percorso. Guardate con me, proprio da lì, dall’inizio.
Io parto gasatissima. Entusiasmo a palla, so che ho le capacità per fare tutto quello che ho in mente. E forse anche meglio di come immagini. In testa è tutto molto chiaro, sempre, i passi da compiere, le riverenze, i volteggi, tutto.
Faccio per passare alla pratica. Qui si rompe qualcosa. È come se il corpo non rispondesse ai comandi. Come se fosse guasta la comunicazione tra pensiero e azione. Una totale disadattata.
Qualcuno, una volta, mi disse che sono un condominio di personalità.
Perfetto, si vede che la maggior parte degli inquilini è una barca di stronzi. Gente che, durante le riunioni, non aspetta altro per attaccar briga.
Tipo la vecchiarda del quinto piano, che insiste a dire di essere vedova, anche se tutti sanno che suo marito è scappato con la ex (una storia vera: le mie ultime relazioni hanno questo plot. Giuro). O il giovine scapolo del primo piano, sempre a fare il grosso, ma che in fondo fa lavori ridicoli solo perché è terrorizzato dal mettersi in gioco. Per non parlare della portinaia: la donna che dovrebbe curare e gestire il palazzo, rendere quieti i rapporti tra il vicinato, ma che invece non fa altro che impicciarsi dei fatti di chiunque. Un modo come un altro per evitare di pensare alla pochezza della propria vita.
Io ho questo condominio, dentro. Ora spiegatemi come posso fare a insegnare a ciascuno di loro la collaborazione per evitare il baratro.
No, spiegatemelo. E visto che ci siete, trovate al giovine un lavoro. E pure a me.
Va bene. Devo smetterla di giocare a The Sims.
Diciamola tutta.
Spesso e volentieri si tenta di fare qualsiasi cosa per smuoversi, per migliorarsi, per progredire, ma indiscutibilmente si rimane immobili.
Mosche contro la luce al neon. Capocciate al muro.
Nel senso.
Io ho cambiato tre città. Svariate case. Numerosi lavori (?). Innominabili fidanzati. Parecchi tagli di capelli. Tanti sorrisi con tante lacrime. Il tutto nella convinzione di avvicinarmi sempre di più a un ordine di vita. Una linearità d’intenti, un amalgama di desideri e realtà, un insieme pastoso ed armonioso.
Col cazzo.
No, ma che poi ho appena acceso la televisione. BeautifulKinderDeliceCentovetrineZanzareMariadeFilippiWindParodi.
M’è venuto il dubbio di essere già all’inferno.
Però, poi, anche questo mi serve per capire che tutto quello che ho sempre pensato voluto immaginato sognato illuso (illuso, sì, la riflessività è un concetto opinabile) è altro.
Mi ritrovo a ventisette anni. Cresciuta con tutti quei film e quei libri che ti hanno convinto che, prima o poi, la casa e la famiglia del Mulino Bianco saranno le tue. Che avrai il lavoro figo e la persona giusta accanto. La perfetta forma fisica, il perfetto sorriso bianco da regalare come caramelle in giro.
Cresciuta con la perfetta convinzione di essere formata. Di avere una certa cultura, una certa dignità. Una posizione, una forma mentis brillante e corretta. Di essere una persona stimabile. Amabile. Più del vino.
Ecco, qui c’è una falla. Non perché si debba amare il vino più di me (dipende dal vino, ecco almeno non paragonatemi a un rosso del Todis, andate su qualcosa di più particolare, un fugato siciliano, un fremente francese, insomma).
Ma perché, calandomi nella gente, tra la gente ci si accorge sempre che tutto quello che si crede è davvero relativo.
Hai scoperto l’acqua calda, brava cogliona.
No, non ho scoperto l’acqua calda né cose che già non sapessi. Solo che sto andando a un altro livello di ragionamento. Stronzi.
È che è sempre questione di fiducia. Di correttezza, di onestà. Di forza, se vogliamo.
La forza di mostrarsi. Di-mostrarsi. Senza pretendere di essere altro.
Discorso banalissimo e qualunquista, ma se ci pensate bene, ecco, ci si dimentica sempre. Affannati come siamo da far vedere agli altri di cosa si è capaci, si perde di vista il punto focale.
Essere. Se stessi.
Nel proprio delirio e nelle proprie mancanze. Nelle proprie lacune, in tutto quello che non si potrà proprio avere, e in tutto quello che ancora deve arrivare. Senza aver paura. Dato che la paura somiglia un po’ alla storia di Giovannino.
http://www.webalice.it/claudio.conti8/favole14.htm
Oggi mi è difficile. Dico, essere poco retorica. Ma c’ho rimuginato tutta la notte e tutta la mattina, tra braccia incastrate male, mani addormentate, piedi avvinghiati almeno quanto i pensieri, curricula consegnati a casaccio, risposte ricevute altrettanto a casaccio.
C’ho pensato, e ho capito che farsi venire il fiatone per correre dietro a chi non gliene frega un cazzo è utile come voler convincere un toscano a diventare vegetariano.
Badate bene: non sto dicendo di non insistere. Di mollare la presa, di rassegnarsi allo svolgersi degli eventi. Al contrario. Sto dicendo di smetterla di essere quello che gli altri vorrebbero che tu fossi.
Essere un po’ meno fichi. E più onesti.
Non si è ancora finito di studiare? Pazienza, hai fatto altro nel mentre.
Non hai un cristo di lavoro degno, per quanto tu possa avere il potenziale? Continua a cercare.
Non hai ancora una casa tua, un uomo tuo, un progetto serio da perseguire, uno sguardo sicuro con cui osservare il mondo? Meglio, altrimenti sai che noia.
Facciamo finta che sia così.
Nel mentre, continuo a demolire e costruire me stessa.
Tentativi svariati, prima o poi s’imbroccherà quello giusto.
Il problema è che più per meno fa meno. La risultante è sempre negativa.
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About Me
Mi chiamo Martina. Sono oggettivamente piena di speranze. In cosa, non si sa. Poco in me stessa, molto nel futuro, troppo nel passato. Ho vissuto sei anni a Torino. Scuola Holden, poi giornalista per il quotidiano La Stampa. Attualmente sono tornata ad Arezzo, dopo sei mesi di densissima vita a Bologna. Ancora devo capire perché.
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